
Se vi dicessi i nomi di Ferruccio Amendola, Giancarlo Giannini, Francesco Pannofino o Luca Ward, nella vostra mente scatterebbe un’associazione immediata. Sappiamo esattamente che volti hanno e, soprattutto, a quali star di Hollywood hanno prestato la voce. Nel racconto pop del doppiaggio italiano tendiamo sempre a celebrare gli stessi, titanici nomi: le “voci da eroe”, i timbri profondi, graffianti e rassicuranti.
Ma il doppiaggio, quello vero, non vive di soli eroi. Vive soprattutto di caratteristi geniali, di sfumature, di nevrosi, di ironia e di una sensibilità artistica fuori dal comune.
C’è un nome che il grande pubblico spesso non associa subito a un volto, ma che ha firmato alcune delle interpretazioni più incredibili, poetiche e complesse della storia del cinema e della TV nel nostro Paese. Sto parlando di Luca Dal Fabbro. Una voce decisamente particolare, unica nel suo genere, che merita di essere lodata e rimessa al centro.
L’arte di dare voce ai “meravigliosi perdenti”
La grandezza di Luca Dal Fabbro sta nella sua straordinaria capacità di recitazione. Non si limita a “leggere bene” un testo in sincrono; Dal Fabbro compie ogni volta un miracolo di empatia, cucendosi addosso la psicologia di personaggi bizzarri, fragili, cinici o profondamente tormentati.
Il suo capolavoro assoluto è il sodalizio con Steve Buscemi. Attore. Che adoro. Avete presente la parlantina nevrotica di Mr. Pink in Le Iene? La disperata, comica sfortuna di Donny in Il grande Lebowski? O la spietata e magnetica ascesa di Nucky Thompson in Boardwalk Empire? Dietro a tutte queste interpretazioni magistrali c’è la voce di Dal Fabbro. Riuscire a restituire in italiano la recitazione così destrutturata, sincopata e unica di Buscemi senza renderla una macchietta è una prova d’attore monumentale. Dal Fabbro ci riesce da decenni, diventando l’alter ego perfetto dell’attore americano.
Una curiosità poetica: Se avete pianto guardando Edward mani di forbice, sappiate che i pochissimi, timidi e sussurrati respiri di un giovanissimo Johnny Depp portano la firma, delicatissima, di Luca Dal Fabbro. Un doppiaggio fatto di sottrazione e pura poesia.
Un camaleonte tra cinema, serie TV e animazione
La sua versatilità è quasi impressionante. Se scaviamo nella memoria collettiva, scopriamo che Luca Dal Fabbro ha segnato l’infanzia e l’adolescenza di almeno tre generazioni, muovendosi tra i generi più disparati con una naturalezza disarmante:
Il cinema d’autore e pop: È stato il subdolo Jerry Lundegaard (William H. Macy) in Fargo, il rapinatore “Zucchino” (Tim Roth) nell’esplosivo incipit di Pulp Fiction, e il saggio ma tormentato Professor Remus Lupin (David Thewlis) nella saga di Harry Potter.
La serialità cult: Per gli amanti delle serie TV, la sua voce è sinonimo di calore umano e resilienza nei panni di Christopher Herrmann in Chicago Fire, ma anche di mistero assoluto con l’enigmatico Richard Alpert in Lost o di inquietante carisma con Lalo Salamanca in Better Call Saul.
I capolavori dell’animazione: Ha dato vita a personaggi cult della Pixar e della Disney. È lui la formica idealista Flik in A Bug’s Life, il viscido e iconico cattivo Randall Boggs in Monsters & Co. e lo stravagante Milo Thatch in Atlantis – L’impero perduto.
Oltre il timbro: una questione di pura recitazione
Il motivo per cui doppiatori come Luca Dal Fabbro vanno lodati e celebrati risiede proprio nel cuore di questo mestiere. Troppo spesso si confonde il “bel doppiaggio” con il “possedere una bella voce calda”.
Dal Fabbro dimostra il contrario: la sua non è la classica voce da speaker pubblicitario o da principe azzurro. È una voce graffiante, mobile, che sa farsi piccola e tremante per poi esplodere in picchi di genialità nevrotica. È voce che si fa carne, che si adatta alle rughe dell’attore sullo schermo, che ne sposa i silenzi e le esitazioni.
La prossima volta che guarderete un film con Steve Buscemi, un episodio di Chicago Fire o un classico d’animazione, chiudete gli occhi per un secondo e ascoltate. Vi accorgerete di quanto il cinema che amiamo debba a questo straordinario, immenso e talvolta troppo silenzioso artigiano della voce.
Chapeau, Luca Dal Fabbro.