
Migliaia di lavoratori occasionali filmano le loro faccende domestiche. Indossano iPhone in testa per riprendersi mentre piegano panni, lavano piatti, tagliano cipolle. Questo genera dati di addestramento per le aziende robotiche che costruiscono robot umanoidi. Il compenso si aggira sui 15 dollari l’ora, soprattutto in paesi in via di sviluppo. Ma solleva interrogativi su consenso, proprietà dei dati e consapevolezza dei lavoratori.
Questo nuovo settore della gig economy sta crescendo rapidamente. Aziende come Micro1 assumono migliaia di persone per registrare compiti domestici, vendendo poi i filmati a chi sviluppa sistemi umanoidi. La necessità nasce dalla mancanza di dati pronti su internet, a differenza dei modelli linguistici. I robot necessitano di riprese “ricche di contatto” di mani umane in ambienti reali e imprevedibili per imparare movimenti precisi.
La questione della privacy è centrale. I termini accettati dai lavoratori sono spesso vaghi. Hanno poca visibilità su come i loro filmati vengano archiviati, condivisi o utilizzati. Alcune aziende non commentano le politiche di cancellazione dei dati. Piattaforme come DoorDash hanno escluso aree con normative sulla privacy più stringenti dal lancio di un’app dedicata. Cresce il paradosso: i lavoratori insegnano alle macchine a replicare i compiti che potrebbero un giorno sostituire.