
Negli anni Venti nasce un’idea folle e geniale: far ballare la gente fino allo sfinimento. Si chiamavano maratone di danza e durante la Grande depressione esplodono ovunque. Bastava un palco, una giuria e un premio in soldi. La gente ballava per ore, giorni, settimane. Fame, sonno, dolore. Tutto si mescolava in uno spettacolo che era metà teatro e metà vita vera. Un proto-reality, senza telecamere.
Nel 1969 arriva un film che racconta tutto questo. “Non si uccidono così anche i cavalli?”, tratto da un romanzo di Horace McCoy. Un pugno nello stomaco. Da lì, le maratone di danza cambiano pelle: diventano eventi di beneficenza, studenteschi, con la musica alta e il cuore leggero. Ma qualcosa di quella disperazione originale resta sempre nell’aria.
È strano pensare che prima dei talent show e dei TikTok, ci si schiantava di fatica per un po’ di attenzione e un piatto caldo. O magari solo per non sentirsi invisibili.