Black Rabbit, il ritorno di Bateman

C’è qualcosa di familiare in Black Rabbit, e non solo perché torna Jason Bateman in un ruolo che sembra scritto per lui. L’atmosfera è quella di Ozark mescolata con la tensione visiva e nervosa di The Bear. Il locale notturno diventa una metafora del successo che si sgretola, tra debiti, vecchi rancori e una città che osserva tutto senza muovere un dito. E poi c’è Jude Law che fa Jude Law ma in accoppiata con Bateman ne esce davvero una cosa che merita.

Ho ritrovato con piacere anche Morgan Spector, il volto che ricordavo da Homeland ora con la barba. Qui è più sottile, calcolatore, con quella calma che nasconde potere e manipolazione. È uno di quei personaggi che non fanno rumore ma decidono tutto, muovendo i fili in silenzio.

Ho apprezzato anche la presenza di “Under the Pressure” dei The War on Drugs, che si sente in sottofondo nella scena in cui il pittore cerca di vendere un quadro a Wes ed Estelle nel suo studio. E più avanti, la proiezione di Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, che compare sullo schermo mentre Wes guarda distrattamente le immagini.

C’è qualcosa nello stile, nel modo in cui i dialoghi si incrociano e la tensione cresce, che mi ha ricordato Pulp Fiction: ritmo spezzato, ironia che scivola nella tragedia, e personaggi che sembrano vivere a un passo dal disastro. Black Rabbit non inventa niente, ma unisce linguaggi diversi in modo preciso, elegante, quasi musicale.