
La Cina, con una decisione che potrebbe disegnare i contorni del futuro prossimo, ha reso pubblico il suo piano per l’occupazione 2026-2030, una sorta di spartiacque: il primo programma organico concepito da una grande economia per affrontare frontalmente la questione, sempre più incombente, dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. L’intento è duplice, quasi paradossale: favorire la spinta irrefrenabile all’innovazione, sì, ma senza compromettere la stabilità sociale, quella fragile impalcatura su cui poggia l’intero edificio della nazione, e, naturalmente, la cruciale tessitura dell’occupazione.
Per raggiungere questo equilibrio precario, il governo intende istituire un sistema di monitoraggio senza precedenti, capace di identificare con precisione i settori più vulnerabili all’avanzata inesorabile dell’automazione e di segnalare con la massima tempestività qualsiasi disturbo al mercato del lavoro. Per far ciò, non si accontenterà delle statistiche tradizionali, spesso lente e retrospettive, ma attingerà a un flusso continuo di dati raccolti quasi in tempo reale: dai consumi energetici ai contributi previdenziali, fino ai pagamenti digitali. L’idea, sottile quanto ambiziosa, è quella di cogliere gli effetti dell’IA nel momento stesso in cui si manifestano, prima di dover intervenire con nuove, talvolta convulse, politiche.
A dare sostanza e un certo peso giuridico a questa strategia di contenimento, quasi di argine, contribuisce una recente pronuncia del tribunale di Hangzhou, una sentenza che, con la sua inappellabile chiarezza, ha stabilito come un’azienda non possa, in buona coscienza o per pura convenienza economica, licenziare un lavoratore solo perché un algoritmo di intelligenza artificiale si è dimostrato più efficiente e, non da ultimo, più economico. Per i giudici, mossi forse da una consapevolezza del rischio sociale latente, l’adozione dell’IA rimane una libera scelta imprenditoriale e il rischio economico, dunque, non può e non deve ricadere interamente sulle spalle dei lavoratori. La vera priorità, hanno suggerito, deve essere la loro riqualificazione, un investimento nel capitale umano anziché un’eliminazione.
Pechino, dal suo osservatorio privilegiato, considera l’intelligenza artificiale non solo una risorsa, ma quasi una necessità stringente per fronteggiare problemi che, altrimenti, minaccerebbero di soffocare la crescita: l’invecchiamento implacabile della popolazione, la progressiva diminuzione della forza lavoro e il rallentamento, sempre più percepibile, della produttività complessiva. Eppure, nel contempo, un’ombra di timore si allunga sulla rapidità di questa automazione: il rischio concreto che essa possa acuire la piaga della disoccupazione giovanile, già un nervo scoperto, e innescare così tensioni sociali difficili da prevedere, ancora più difficili da gestire.
Attraverso il suo programma battezzato “AI Plus”, la Cina sta dispiegando l’intelligenza artificiale con una capillarità sorprendente, integrandola nelle fabbriche, negli ospedali, nell’agricoltura, nella logistica, nel settore energetico e nei servizi pubblici essenziali. La strategia, lungi dal concentrarsi esclusivamente sulla corsa ai modelli algoritmici più potenti – un’ambizione che pure sussiste, ma non è la sola –, punta piuttosto alla diffusione ubiqua e pragmatica delle sue applicazioni concrete. Tale uso esteso dell’IA, infatti, non è solo fine a se stesso: genera una quantità crescente e ininterrotta di dati, un tesoro informativo che, a sua volta, rende gli algoritmi sempre più efficienti, affinando la produttività complessiva in un ciclo virtuoso. Secondo questa visione, quasi una dottrina, il vero vantaggio competitivo, il discrimine ultimo, non dipenderà esclusivamente dalla sofisticazione intrinseca dei modelli, ma dalla loro integrazione profonda e pervasiva in ogni, pur minimo, comparto dell’economia.