
“Anora” è uno di quei film che arrivano da lontano ma ti restano addosso. Una stripper, un figlio di papà russo con la faccia da ragazzino e un’intesa che non capisci mai del tutto. Lei fa il suo mestiere, ma qualcosa scricchiola quando si mescolano soldi e desiderio, tenerezza e potere.
Sean Baker firma il suo lavoro più compiuto, girando tra club, ville e boardwalks invernali. La storia ha il ritmo di una commedia che vira nel dramma senza avvisare. Ogni inquadratura è pensata, ogni scelta di regia racconta più dei dialoghi. E Mikey Madison diventa la protagonista che mancava al cinema di adesso: affilata, fragile, magnetica.
Non è solo amore, non è solo denaro. È il tentativo di capire se si può uscire da un’etichetta, da una parte assegnata. E mentre la musica pulsa, il vero tema spunta tra le pieghe: essere visti, non solo guardati. E forse anche solo per un attimo, essere creduti.