
Elena batteva sui tasti del MacBook con quella furia contenuta che conosco bene, seduta sulla sedia di legno traballante davanti al tavolo della cucina dove avevamo consumato migliaia di cene in silenzio. Ecco cosa stava scrivendo, parola per parola: “Caro Marco, quando leggerai questo messaggio io non ci sarò più.” Che teatralità, pensai osservandola, che melodramma degno del peggior Dostoevskij domestico. “Ho lasciato tutto in ordine, i documenti sono nel cassetto, la chiave del deposito è sotto il vaso delle piante.” La tazza di caffè fumava ancora accanto al computer, quel caffè che preparava sempre troppo forte, come se volesse punire anche la caffeina per i suoi fallimenti. “Non è colpa di nessuno, è solo che non riesco più a sopportare questo peso. Ti amo, perdonami.” Il dito librava sopra il tasto invio come un’esecuzione capitale in miniatura. Clic. L’email sparì nell’etere digitale. Ma poi, in quel movimento che avrebbe cambiato tutto, si alzò, guardò dalla finestra me che innaffiavo le rose nel giardino, tornò al Mac e – ecco il colpo di genio, l’atto rivoluzionario – trascinò l’email dalla cartella “Inviati” nel cestino. Svuotò il cestino. Cancellò per sempre quella lettera che non sarei mai riuscito a leggere. E digitò: “Caro dottore, ho deciso di accettare la sua proposta.”