
A Carnegie Mellon si preparano a riscrivere da zero cosa significa insegnare informatica. La scossa arriva dall’A.I. generativa: strumenti che scrivono codice, rispondono meglio degli studenti e cancellano in pochi secondi l’illusione che basti imparare Python per trovare lavoro. Le università stanno accelerando una metamorfosi che potrebbe ridisegnare l’intero impianto della disciplina.
Nel frattempo, il mercato chiede di meno. I neolaureati mandano cento candidature per un tirocinio e ricevono una risposta se va bene. I big della tecnologia tagliano il personale junior e assumono solo chi sa addestrare modelli, non chi sa scrivere cicli “for”. Ma chi studia, inizia a capire: serve una mente ibrida, capace di pensare come una macchina, ma anche di comunicare come un essere umano.
Il futuro dell’informatica sembra più vicino alla filosofia che all’ingegneria. La programmazione non scompare, ma si diluisce: ogni professionista, in ogni campo, avrà a che fare con il software, scrivendolo con chatbot su misura. È la democratizzazione del codice. Non sarà più solo questione di sapere, ma di capire dove mettere le mani.