Long Island: la fabbrica dei cattivi

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Una recente tendenza nella cultura pop rivela un’origine comune per diversi antagonisti di successo: la contea di Nassau, Long Island. Dal thriller Netflix “La bestia che è in me” al romanzo “La cameriera”, fino alla serie Hulu “Dimmi bugie”, i sociopatici immaginari provengono da questo specifico sobborgo di New York. La contea di Nassau presenta una natura contraddittoria: è una delle più ricche della nazione, ma la sua identità è definita da ciò che non è, schiacciata tra il fascino di Manhattan a ovest e il lusso degli Hamptons a est. La sua storia è complessa, segnata dalla nascita di sobborghi razzisti come Levittown e dalla presenza di serial killer reali e truffatori politici. Questo background sembra renderla un terreno fertile per la creazione di cattivi complessi e spietati.

Interrogati sul perché di questa scelta, gli autori dei personaggi offrono diverse prospettive. Alcuni la vedono come l’archetipo del sobborgo americano pieno di segreti, una versione reale di Wisteria Lane. Ma la spiegazione più incisiva arriva dallo sceneggiatore Gabe Rotter, nativo di Nassau. Egli definisce il trauma locale come una condizione di “prossimità senza appartenenza”. Crescere a pochi chilometri dal centro culturale e finanziario del mondo, senza farne parte, genera una ferita psichica. Questa costante prossimità a un potere irraggiungibile alimenta un senso di inadeguatezza e un’ambizione rabbiosa. È una vita vissuta in uno spazio intermedio, né urbano né rurale, né ricco né povero in senso assoluto, che genera un’identità frammentata e una perenne sensazione di non appartenenza.

Questa sindrome locale si rivela essere una metafora della crisi che attraversa l’intera nazione. Il conflitto tra stati rossi e blu, tra l’1% e il resto della popolazione, rispecchia la stessa dinamica di “prossimità senza appartenenza”. Figure come Donald Trump, cresciuto nel Queens con lo sguardo fisso su Manhattan, incarnano questa pulsione a conquistare il centro da una posizione periferica. I sobborghi, a differenza delle città che offrono anonimato o delle aree rurali che garantiscono isolamento, non concedono né l’uno né l’altro, intrappolando i suoi abitanti in una tensione costante tra chi aspirano a essere e chi sono realmente. Per chi fugge, rimane un sentimento ambivalente, un istinto di protezione per un luogo da cui si è fuggiti ma a cui si sente una paradossale appartenenza.