Panatta

Senti, se sei arrivato fin qui devo raccontarti cosa pensa Adriano Panatta del tennis di oggi, perché è una di quelle cose che quando le senti ti fanno riflettere su tutto quello che è andato storto nel mondo, non solo nello sport. Panatta, che di tennis ne capisce qualcosa, avendo vinto il Roland Garros quando il tennis era ancora tennis e non questo spettacolo di muscolatura e robotica che vediamo oggi, dice una cosa molto semplice ma devastante: il tennis moderno è diventato una questione di biomeccanica, di potenza bruta, di violenza organizzata.

Ti immagini? Questo sport che una volta era l’epitome dell’eleganza e dell’intelligenza tattica, dove ogni colpo era una frase in una conversazione sofisticata tra due menti acute, è diventato una martellata continua, un pestaggio metodico della pallina fino alla sottomissione. Panatta guarda questi giovani atleti – e quando dico atleti intendo dire macchine perfettamente calibrate per generare potenza – e vede solo monotonia, prevedibilità, la morte dell’arte.

Prendi Alexander Zverev, dice Panatta. Questo ragazzo tedesco alto come una torre, che colpisce la palla come se stesse demolendo un muro, ma senza un briciolo di fantasia, senza quella imprevedibilità che rendeva il tennis un teatro di sorprese. È tutto così calcolato, così meccanico, che Panatta lo considera quasi noioso da guardare.

E poi c’è il discorso sul tennis femminile, che è ancora più complesso e delicato. Panatta ha avuto il coraggio – o l’incoscienza, dipende da come la vedi – di dire che molte giocatrici moderne, compresa Coco Gauff, questa ragazza americana che tutti celebrano come un prodigio, sono in realtà “prodotti di laboratorio”. Puoi immaginare lo scandalo? Ma Panatta non si ferma alle apparenze politicamente corrette: vede ragazze addestrate fin da bambine a colpire la palla sempre più forte, sempre più velocemente, ma senza quella comprensione profonda del gioco che fa la differenza tra un atleta e un artista.

L’unica che si salva, secondo lui, è Jasmine Paolini – la nostra italiana – perché almeno lei gioca con la testa, varia il gioco, pensa prima di colpire. È come se Panatta stesse dicendo: ecco, vedete? Si può ancora giocare a tennis invece di praticare demolizione controllata.

In fondo, quello che Panatta sta davvero criticando non è solo il tennis, ma questa ossessione moderna per la performance pura, per la misurazione scientifica di tutto, per la trasformazione di ogni attività umana in un esperimento di laboratorio dove l’anima viene sacrificata sull’altare dell’efficienza. È una critica che va ben oltre lo sport, se ci pensi.