
Ogni giorno uno, due, a volte cinque satelliti Starlink cadono verso la Terra. Jonathan McDowell, astrofisico di Harvard, li registra come fossero gocce in una lenta pioggia di metallo. SpaceX ne ha già migliaia in orbita e sogna di arrivare a quarantaduemila. Nessuno sembra davvero sapere cosa succederà all’atmosfera quando inizieranno a rientrare in massa.
Ogni rientro lascia dietro di sé circa trenta chili di vapore d’ossido d’alluminio, una sostanza che corrode lo strato di ozono. Tra il 2016 e il 2022 la sua concentrazione è aumentata di otto volte. È come se stessimo costruendo una fabbrica invisibile sopra le nuvole, che lavora giorno e notte per cambiare la chimica del cielo.
Gli scienziati parlano di “rischi minimi”, ma le particelle metalliche restano lì, in sospensione, come polvere cosmica. Nessuno si è ancora fatto male, ma ogni anno frammenti più grandi dei satelliti bruciati cadono a terra. Forse non è il pericolo che vediamo, ma quello che stiamo respirando.