
Sto rivedendo House of Cards, dopo tanti anni. Come accade per certi libri che decidi di riaprire dopo tanti anni. Come per i libri può capitare che che “vedi” cose cose che non avevi notato la volta precedente. Oggi però ho diversi strumenti per fare ricerche. Volevo trovare articoli e informazioni sulla serie, I retroscena. Ovvio, avviso subito, scriverò cose che è meglio non sapere se non l’avete vista.
Nella mia testa c’è sempre stato questo confronto tra chi stravede per House of Cards e West Wing, altra serie americana che parla di politica e del presidente degli Stati Uniti. Il mio parere è che semplice. West Wing piace a chi crede al mito americano. House of Cards è spietato e lo distrugge.
Quando House of Cards arrivò su Netflix, era il 1° febbraio 2013, successe qualcosa che oggi sembra quasi normale: tutti i tredici episodi della prima stagione furono pubblicati nello stesso momento. Niente attesa fino alla settimana successiva. Niente appuntamento il venerdì alle 21 come accadeva in televisione. Chi voleva poteva iniziare la mattina e andare avanti fino a notte. La famosa maratona, in inglese binge-watching.
Il binge-watching non nacque quel giorno. Esisteva già grazie ai DVD, alle registrazioni e alle maratone televisive. Ma House of Cards contribuì più di quasi qualsiasi altra serie a trasformarlo in un comportamento normale. E soprattutto dimostrò una cosa che nel 2013 non era affatto scontata: Netflix poteva essere qualcosa di più di un posto dove guardare film e serie prodotti da altri. Poteva diventare una televisione. O forse qualcosa che della televisione non aveva più bisogno.
Ventisei episodi senza sapere se avrebbero funzionato
La vera follia di House of Cards era cominciata prima ancora che venisse girata. Il sistema americano funzionava da decenni più o meno nello stesso modo: si scriveva una serie, si realizzava un episodio pilota, il network lo guardava, faceva le proprie valutazioni e soltanto dopo decideva se ordinare una stagione. Netflix saltò tutto. Ordinò direttamente due stagioni da tredici episodi. Ventisei puntate senza aspettare la reazione del pubblico alla prima.
E con un’altra promessa piuttosto insolita: niente continue note editoriali agli autori.
Beau Willimon
David Fincher
David Fincher e Beau Willimon avrebbero avuto una libertà che difficilmente una grande rete televisiva avrebbe concesso. Negli anni si è diffusa anche una versione quasi mitologica della storia: Netflix avrebbe affidato centinaia di milioni di dollari a House of Cards perché il suo algoritmo aveva scoperto che gli utenti che amavano David Fincher guardavano anche Kevin Spacey e i thriller politici. Una parte di verità c’è. Netflix possedeva già una quantità enorme di informazioni sulle abitudini dei propri abbonati e le utilizzava per valutare il possibile pubblico di una produzione. Ma non fu un algoritmo a scrivere House of Cards. Beau Willimon ha più volte ridimensionato questa interpretazione. I dati potevano dire che esisteva un pubblico potenziale. Non potevano inventare Frank Underwood.
E comunque Frank Underwood esisteva già
O almeno esisteva il suo antenato. Prima della serie americana c’era stata una House of Cards britannica, trasmessa dalla BBC nel 1990 e interpretata da Ian Richardson.E prima ancora c’era il romanzo omonimo di Michael Dobbs, pubblicato nel 1989.
Dobbs non osservava la politica britannica da lontano: aveva lavorato nel Partito Conservatore ed era stato capo dello staff di Margaret Thatcher. Il protagonista della storia originale si chiamava Francis Urquhart. Era un politico spietato, manipolatore e soprattutto aveva una caratteristica che gli spettatori della versione americana conoscono molto bene: guardava verso la macchina da presa e parlava direttamente al pubblico.
Frank Underwood nasce da lì.
Netflix e Beau Willimon presero quella struttura e la trasferirono dalla politica britannica a Washington.Ma aggiunsero anche qualcos’altro.
Shakespeare.
Frank guarda noi perché prima di lui lo faceva Riccardo III

Poco prima di iniziare House of Cards, Kevin Spacey aveva interpretato Riccardo III a teatro, diretto da Sam Mendes. Difficile immaginare una preparazione migliore. Riccardo racconta al pubblico quello che sta per fare. Gli altri personaggi ignorano i suoi piani, noi no. Sappiamo che sta mentendo, sappiamo chi vuole eliminare, sappiamo perché sta pronunciando determinate parole.
Frank Underwood fa esattamente la stessa cosa.
Quando interrompe una conversazione, guarda verso di noi e commenta quello che sta accadendo, non sta semplicemente spiegando la trama.
Ci sta rendendo complici.
È probabilmente uno dei meccanismi più efficaci della serie: possiamo trovare Frank disgustoso, possiamo sapere che sta manipolando tutti, ma siamo comunque gli unici ai quali dice la verità.
E anche Claire Underwood ha un’origine profondamente shakespeariana. Quando David Fincher cercò di convincere Robin Wright ad accettare il ruolo, uno dei riferimenti utilizzati fu Lady Macbeth. Non la moglie del protagonista. Una donna con un proprio progetto di potere.
Robin Wright, infatti, inizialmente disse di no

Wright non era particolarmente interessata a tornare stabilmente in televisione. Aveva iniziato proprio lì, nella soap opera Santa Barbara, prima di costruirsi una carriera cinematografica con film come The Princess Bride e Forrest Gump. Fu Fincher a convincerla.
Claire non sarebbe stata semplicemente la donna elegante che aspetta a casa mentre il marito conquista Washington. Avrebbe avuto ambizioni proprie. E guardando quello che succederà nelle stagioni successive, possiamo dire che Fincher non stava vendendole una promessa vuota.
Prima però bisognava spiegare chi fosse Frank
Per farlo bastano i primi minuti del primo episodio. Frank esce di casa dopo aver sentito un incidente. Trova un cane investito, agonizzante.
Guarda verso di noi e comincia a parlare.
Dice di distinguere tra due tipi di dolore: quello che rende più forti e quello inutile, che provoca soltanto sofferenza.
Poi uccide il cane.
Beau Willimon ha raccontato che qualcuno della produzione gli fece notare un problema piuttosto evidente: se fai ammazzare un cane al protagonista praticamente all’inizio della serie, rischi di perdere immediatamente una parte del pubblico.
Willimon ne parlò con Fincher.
La scena rimase.
Perché in pochi minuti avevamo già capito tutto quello che serviva sapere su Frank Underwood. Ma non solo, da quei pochi minuti iniziali si intuisce che House of Cards non è West Wing.

Per imparare a fare politica, Spacey andò da un politico
All’inizio della storia Frank è House Majority Whip, uno di quei ruoli della politica americana che fuori dagli Stati Uniti non sono immediatamente comprensibili. Il whip deve sapere, dei parlamentari, chi voterà cosa, convincere gli indecisi, mantenere la disciplina del partito e trovare i voti necessari quando servono. In pratica deve conoscere desideri, debolezze e problemi dei parlamentari.
Materiale perfetto per Frank Underwood.
Per capire come funzionasse realmente quel mestiere, Kevin Spacey trascorse del tempo con Kevin McCarthy, che ricopriva quel ruolo per i repubblicani alla Camera. Spacey poté osservare riunioni e dinamiche reali del Congresso. Tra le figure storiche accostate a Frank c’è anche Lyndon B. Johnson, famoso per il modo in cui esercitava pressione fisica e psicologica sui propri interlocutori.
Ma sarebbe sbagliato cercare il “vero Frank Underwood”.
Non esiste.
Dentro Frank ci sono Francis Urquhart, Shakespeare, la politica americana reale e probabilmente decine di politici osservati direttamente o indirettamente dagli autori.
Perché anche Beau Willimon a Washington c’era stato davvero
Willimon non arrivava alla politica soltanto attraverso libri e giornali. Prima di diventare sceneggiatore aveva lavorato in diverse campagne elettorali americane, tra cui quelle di Chuck Schumer, Hillary Clinton, Bill Bradley e Howard Dean. Non era uno dei grandi strateghi seduti nella stanza dei bottoni. Ed è forse proprio questo l’aspetto interessante.
Aveva visto la macchina politica anche dai livelli più bassi: collaboratori, organizzazione, rivalità, comunicazione, persone che cercano di avvicinarsi al candidato e persone che cercano di impedirglielo.
Prima di House of Cards aveva già utilizzato parte di quell’esperienza per scrivere Farragut North, opera teatrale diventata poi The Ides of March, il film diretto da George Clooney. Quando Willimon scrive i corridoi del potere, quindi, non li immagina completamente.
Alcuni li aveva percorsi.
Fincher sapeva già chi voleva
C’è poi un dettaglio piuttosto raro. David Fincher raccontò che, quando il cast principale si riunì per la lettura della sceneggiatura, gli attori presenti erano le prime scelte della produzione per quei personaggi.
Kevin Spacey era Frank.
Robin Wright era Claire.
Kate Mara era Zoe Barnes.
Non erano i nomi rimasti dopo che altri dieci attori avevano rifiutato.
Era il cast che Fincher voleva.
E proprio Kate Mara sarebbe diventata protagonista di uno dei segreti meglio conservati della serie.
Michael Kelly è Doug Stemper
A mio avviso nella serie ci sono altri personaggi immensi. Uno per tutti è certamente Doug Stamper interpretato da un magistrale Michael Kelly, ma sui personaggi e gli attori che appaiono nella serie dovrei scrivere un altro post.
Zoe Barnes doveva continuare a risultare viva anche fuori dalla serie
Kate Mara è Zoe Barnes
[spolier] All’inizio della seconda stagione Frank incontra Zoe in una stazione della metropolitana. Chi ha visto House of Cards sa cosa succede pochi secondi dopo.
La spinge davanti a un treno.
Era una morte difficile da tenere segreta, perché la scomparsa improvvisa di Kate Mara dalla produzione avrebbe immediatamente fatto nascere sospetti. Lei sapeva già quale sarebbe stato il destino di Zoe e collaborò a nasconderlo. Per circa sei mesi continuò a far credere ad amici, parenti e giornalisti di andare a Baltimora per girare House of Cards, anche se il suo lavoro era terminato molto prima.
Una specie di seconda interpretazione.
Questa volta fuori dal set.
E a proposito di set: Washington spesso non era Washington
La Casa Bianca, il Congresso, le strade della capitale.
Guardando House of Cards sembra naturale immaginare una produzione continuamente al lavoro a Washington.
In realtà una parte enorme della serie è stata realizzata nel Maryland, soprattutto nell’area di Baltimora.
Edifici e strade venivano trasformati in luoghi della capitale e numerosi ambienti erano ricostruiti in studio.
Il motivo era anche economico.
Il Maryland offriva importanti incentivi fiscali alle produzioni cinematografiche e televisive. Le prime due stagioni di House of Cards beneficiarono complessivamente di circa 26,6 milioni di dollari in crediti fiscali.
Quando arrivò il momento di preparare la terza stagione, la questione diventò addirittura politica, con una trattativa tra la produzione e lo Stato sugli incentivi necessari per mantenere House of Cards nel Maryland. Una serie sulla politica americana che finì per diventare essa stessa oggetto di una trattativa politica.
Abbastanza appropriato.
Due membri dell’amministrazione Underwood tornavano a casa insieme

C’è poi una coincidenza molto più leggera. Michel Gill, che interpreta il presidente Garrett Walker, e Jayne Atkinson, che interpreta il Segretario di Stato Catherine Durant, sono marito e moglie nella vita reale.
Sono sposati dal 1998.
La cosa non era inizialmente nota a tutti durante il casting e diversi membri del cast scoprirono soltanto successivamente che il Presidente e il Segretario di Stato della serie tornavano a casa insieme anche dopo la fine delle riprese.

Il mandala che nessuno voleva vedere scomparire

Uno dei retroscena più belli riguarda invece una scena della terza stagione. Alla Casa Bianca arrivano alcuni monaci tibetani per costruire un mandala di sabbia colorata. Quello che vediamo non era una semplice scenografia.
Erano veri monaci tibetani del Drepung Loseling Monastery e il mandala fu realmente costruito sul set.
Servirono quattro giorni.
Poi arrivò il momento di distruggerlo.
È parte del significato stesso del mandala: dopo giorni di lavoro minuzioso, l’opera viene cancellata per rappresentare l’impermanenza delle cose.
Cast e troupe si fermarono per assistere.
I monaci pregarono, cantarono e suonarono mentre distruggevano ciò che avevano appena terminato.
Beau Willimon ha raccontato che molti dei presenti piansero.
Ed è difficile immaginare una metafora più adatta a House of Cards.
Frank passa la propria esistenza a costruire potere, eliminare ostacoli, controllare persone e lasciare qualcosa dietro di sé.
I monaci impiegano quattro giorni per costruire qualcosa di bellissimo.
Poi lo cancellano volontariamente.
Una serie arrivata nel momento esatto

A distanza di anni è facile dimenticare quanto House of Cards fosse anomala nel 2013. Due stagioni ordinate senza passare dal tradizionale episodio pilota. David Fincher alla regia dei primi episodi. Kevin Spacey e Robin Wright protagonisti.
Tredici puntate pubblicate tutte insieme.
Una piattaforma Internet che decideva di comportarsi come uno studio televisivo senza rispettare molte delle regole della televisione.
Oggi quasi nulla di tutto questo sorprenderebbe.
Ed è proprio questo il punto.
House of Cards non ha inventato lo streaming, non ha inventato il binge-watching, non ha inventato l’antieroe e nemmeno il personaggio che guarda in macchina e parla direttamente allo spettatore.
Ma ha messo insieme tutte queste cose nel momento giusto.
E dopo House of Cards non sembrò più strano pensare che una delle serie televisive più importanti dell’anno potesse non essere trasmessa da nessun canale televisivo.
FONTI
Netflix, “A Decade of Netflix Series”.
Directors Guild of America, approfondimento e intervista a David Fincher sulla realizzazione di House of Cards.
BAFTA, Beau Willimon Screenwriters’ Lecture.
Columbia Magazine, profilo di Beau Willimon e ricostruzione delle sue esperienze nelle campagne politiche americane.
The Washington Post, articoli sulla produzione di House of Cards nel Maryland e sugli incentivi fiscali concessi alla serie.
ABC News, intervista a Kevin Spacey sulla preparazione di Frank Underwood e sull’esperienza con Kevin McCarthy.
Town & Country, intervista a Robin Wright sulla costruzione del personaggio di Claire Underwood.
Mental Floss, retroscena sulla produzione e su Michel Gill e Jayne Atkinson.
Yahoo, intervista a Kate Mara sul destino di Zoe Barnes e sulle precauzioni adottate per mantenere segreto lo spoiler.
Country & Town House, intervista a Beau Willimon sulla realizzazione del mandala tibetano.
ABC13, documentazione sulla partecipazione dei monaci del Drepung Loseling Monastery.
Michael Dobbs, House of Cards, romanzo, 1989.
BBC, House of Cards, miniserie televisiva, 1990.