
Il senatore Bernie Sanders ha pubblicato sul New York Times una proposta che sta facendo discutere: il governo federale dovrebbe acquisire il 50% delle azioni delle principali aziende produttrici di intelligenza artificiale. Una misura che, secondo diversi esperti di diritto costituzionale, si scontrerebbe con il Quinto Emendamento della Costituzione americana. Ma prima di arrivare alle obiezioni legali, vale la pena capire da dove nasce l’idea e perché ha trovato ascolto ben oltre la cerchia dei sostenitori abituali di Sanders.
La logica del piano Sanders
L’intelligenza artificiale non è stata creata dal nulla. È questa la premessa da cui parte il senatore del Vermont, e non è una premessa banale. I modelli generativi — quelli che oggi scrivono testi, generano immagini, compongono musica, producono codice — sono stati addestrati su un corpus sterminato di materiale umano: libri, articoli, opere d’arte, ricerche scientifiche, conversazioni, video, partiture, giornalismo. Decenni, in alcuni casi secoli, di produzione culturale collettiva.
Questo patrimonio, sostiene Sanders, è stato utilizzato dalle grandi aziende tecnologiche senza chiedere il permesso a nessuno. Senza riconoscere la paternità delle opere. Senza pagare un centesimo agli autori. Scrittori, musicisti, giornalisti, insegnanti, ricercatori, programmatori: tutti hanno contribuito, involontariamente, all’addestramento di sistemi che oggi generano profitti miliardari per un gruppo ristretto di persone.
La proposta di Sanders nasce da questa contraddizione: se l’AI è costruita sulla conoscenza collettiva dell’umanità, allora la ricchezza che genera dovrebbe tornare all’umanità, non accumularsi nelle mani di pochi miliardari. La misura concreta prevede una “tassa una tantum del 50%” sulle azioni delle grandi aziende del settore, con l’obiettivo dichiarato di trasferire parte del controllo industriale allo Stato e, attraverso lo Stato, alla collettività.
Un problema reale
Al di là della proposta specifica, Sanders solleva una questione che il dibattito pubblico fatica ancora ad affrontare con la necessaria chiarezza: chi possiede l’AI?
Le grandi aziende che sviluppano modelli linguistici e sistemi generativi hanno costruito la loro tecnologia su dati prodotti da altri. Il fatto che questo processo sia avvenuto in modo largamente automatizzato — raccogliendo testi dal web, digitalizzando libri, indicizzando immagini — non cambia la sostanza. Milioni di persone hanno prodotto contenuti che sono diventati il carburante di sistemi privatissimi, controllati da aziende quotate in borsa con azionisti e obiettivi di profitto.
Non si tratta solo di un problema legale legato al copyright, anche se quella dimensione esiste ed è oggetto di numerosi procedimenti giudiziari in corso. Si tratta di una questione più ampia, che riguarda la distribuzione del valore economico nell’era dell’AI. Chi ha scritto i romanzi su cui è stato addestrato un modello linguistico non ha visto un euro. Chi ha pubblicato articoli di giornalismo d’inchiesta non sa nemmeno se il suo lavoro è finito nel dataset di addestramento. Chi ha caricato fotografie su piattaforme social ha ceduto, spesso inconsapevolmente, materiale che oggi vale miliardi.
Sanders non è il solo a porre questa domanda. È una domanda che circola tra economisti, giuristi, attivisti digitali e persino dentro alcune delle stesse aziende tech. La risposta che lui propone è radicale, ma il problema che identifica è reale.
Le obiezioni costituzionali
Sul piano giuridico, la proposta si scontra con il Quinto Emendamento, che stabilisce che il governo non può sottrarre proprietà privata senza un giusto indennizzo. Le azioni societarie sono proprietà privata, e la sottrazione del 50% del loro valore configurerebbe una forma di confisca. Il fatto che Sanders la chiami “tassa” non cambierebbe la sostanza: la Corte Suprema ha già stabilito, nel caso Loretto v. Teleprompter, che anche la sottrazione di una piccola porzione di proprietà può costituire un “taking” nel senso costituzionale del termine.
Esiste però un percorso alternativo, già percorso in parte dall’amministrazione Trump per ragioni diverse: pressioni regolatorie, sussidi condizionati, misure fiscali mirate. Strumenti più indiretti, giuridicamente più scivolosi da contestare, ma ugualmente capaci di indirizzare le scelte delle aziende. Non è la strada indicata da Sanders, ma dimostra che lo spazio di intervento pubblico nel settore AI è più ampio di quanto il dibattito corrente lasci intendere.
La questione del copyright
Sul fronte specifico dell’uso non autorizzato di opere protette, i critici della proposta indicano la via giudiziaria come strumento più appropriato. Esistono già cause in corso — contro OpenAI, contro altri sviluppatori — che puntano a ottenere risarcimenti per gli autori i cui lavori sono stati utilizzati senza consenso. Una nazionalizzazione parziale del settore, secondo questa lettura, non compenserebbe gli autori danneggiati: sposterebbe semplicemente il profitto dalle aziende private allo Stato.
È un argomento fondato. Ma non risponde alla domanda di fondo: anche ammesso che i singoli autori venissero risarciti attraverso le cause legali, chi governa la tecnologia che da quel materiale è stata costruita? Chi decide come viene usata, con quali limiti, in favore di chi?
Un dibattito appena iniziato
Il mercato dell’AI è oggi competitivo: ChatGPT, Claude, Grok, Perplexity e altri sistemi si contendono utenti e investitori. Nuove aziende entrano regolarmente nel settore. Ma la competizione tra privati non esaurisce le domande sulla governance di una tecnologia che sta ridisegnando interi settori economici, dalla medicina al giornalismo, dall’istruzione alla produzione culturale.
Sanders propone una risposta che ha solide obiezioni costituzionali e che difficilmente potrebbe essere approvata nella forma attuale. Ma il problema che solleva — chi controlla l’AI, chi ne beneficia, chi ha il diritto di deciderne le regole — è destinato a restare al centro del dibattito pubblico per i prossimi anni. E le risposte, qualunque esse siano, non potranno essere lasciate solo al mercato.