
Youssef Siher è finito a San Vittore per qualcosa che, almeno per quanto sappiamo oggi, non aveva ancora fatto.
È una frase strana. Bisogna leggerla due volte.
Non aveva devastato un negozio. Non aveva partecipato agli scontri di Milano del 17 ottobre. Non gli viene contestato di aver tirato pietre, sfondato vetrine, incendiato automobili o picchiato qualcuno. Il problema era un altro. Il problema era quello che avrebbe potuto diventare.
Viviamo nell’epoca delle previsioni. Il telefono sa dove vogliamo andare prima che apriamo Maps. Netflix sa cosa guarderemo domenica sera. Amazon conosce il tostapane che compreremo fra tre giorni.
Adesso, apparentemente, proviamo a prevedere anche i reati.
Siher viene fermato il 24 ottobre. Passa alcuni giorni in carcere. Poi la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni guarda le carte e decide che gli elementi non bastano. Il fermo non viene convalidato.
Siher torna libero.
Dovrebbe essere la normale meccanica dello Stato di diritto: qualcuno accusa, qualcun altro controlla. La procura propone. Il giudice decide. Sono stati inventati apposta due mestieri diversi.
E invece comincia la politica.
Giorgia Meloni definisce la decisione vergognosa. Matteo Salvini ironizza sul fatto che Siher sia un “classico italiano” e ricorda che la giudice aveva firmato un appello su Gaza.
Siher è nato a Brescia.
Nelle carte dell’inchiesta compare però una formula curiosa: “italiano di seconda generazione”.
È una di quelle espressioni che sembrano innocue finché non le osservi bene. Seconda generazione rispetto a cosa? Quante generazioni bisogna aspettare prima di diventare semplicemente italiani?
Una? Due? Tre?
C’è un ufficio che tiene il conto?
La parte più sorprendente della vicenda riguarda però i social network.
Dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre, gli investigatori iniziano a cercare online qualcosa che assomigli a un’organizzazione. Trovano una pagina Instagram collegata a Siher e un gruppo Telegram amministrato dalla moglie, Sajjah Hamoud.
Il problema è il calendario.
Quel gruppo Telegram viene creato alle 19.58 del 18 ottobre, quando le violenze che avrebbe dovuto contribuire a organizzare erano già avvenute.
È difficile organizzare ieri.
Eppure nella narrazione politica quei canali diventano rapidamente strumenti utilizzati per preparare le manifestazioni e le devastazioni.
Poi arrivano i messaggi degli utenti. Uno scrive che “spaccare gli istituti di credito è giusto”. È una frase violenta e stupida. Internet ne produce milioni ogni giorno.
Ma chi gestisce una pagina è automaticamente responsabile di ogni frase scritta da qualcun altro?
Se applicassimo sistematicamente questo principio, probabilmente dovremmo arrestare metà degli amministratori di Facebook e mettere sotto sequestro X entro pranzo.
Gli investigatori cercano altro.
Scoprono che Siher ha lavorato all’ISPI. Ha scritto sul Fatto Quotidiano e sul Foglio. Ha un profilo Instagram con nome e cognome. Quando lo cercano non è in casa, ma da un’amica. Questo diventa un possibile tentativo di rendersi irreperibile.
Si rifiuta anche di fornire il PIN del telefono.
Altro sospetto.
Poi sequestrano il computer.
Guardano la cronologia.
Guardano i documenti.
Guardano perfino le conversazioni con l’intelligenza artificiale.
Alla fine trovano un PDF intitolato “Rivoluzione: Istruzioni per l’Uso”, ispirato ai manuali delle proteste egiziane del 2011. Parla di mobilitazione e disobbedienza civile contro il governo.
Non è esattamente un manuale di terrorismo.
Qui la storia diventa interessante perché non riguarda più soltanto Youssef Siher.
Riguarda una tentazione molto più grande.
Quando una società ha paura, comincia a considerare sospette non soltanto le azioni, ma anche le intenzioni. Poi le intenzioni possibili. Poi le intenzioni immaginate.
Il confine si sposta lentamente.
Un documento diventa un progetto.
Un gruppo Telegram diventa un’organizzazione.
Un commento diventa una responsabilità collettiva.
Un ragazzo nato a Brescia diventa un italiano “di seconda generazione”.
Alla fine arriva un giudice e dice: no.
Le prove non bastano.
Ed è probabilmente questo il dettaglio più importante dell’intera vicenda. Non significa che Siher sia stato proclamato innocente da ogni possibile accusa futura. Le indagini possono continuare. Significa qualcosa di molto più semplice: per togliere la libertà a una persona servono elementi sufficienti.
Non intuizioni.
Non atmosfere.
Non paure.
Non quello che forse avrebbe potuto fare sabato prossimo.
Lo Stato di diritto esiste precisamente per i momenti in cui sarebbe più comodo dimenticarsene.
E qualche volta funziona.
Una procura ordina un fermo.
Un giudice legge le carte.
Poi apre la porta.
ps Un ascoltatore di prima pagina aveva detto questa cosa , qualche giorno dopo, una provocazione, certo, però gli ascoltatori di prima pagina la sanno lunga davvero
“Ma veramente pensiamo che una persona sola sia riuscita proprio nel giro di qualche settimana a creare una rete piramidale così organizzata da riuscire a controllare le piazze di mezza Italia? Tra l’altro un intellettuale che è stato in grado così efficacemente di parlare un po’ a tutti i ceti sociali a cui appartiene la gioventù… Ma chi è questo, Lenin? Se fosse così, da questo signore noi avremmo tantissimo da imparare in termini di comunicazione. Magari chiediamogli come coinvolgere i giovani nella società invece di incarcerarlo, e magari come riportare anche i vecchi al voto.”