
Ci sono quasi 4.500 conversazioni private su ChatGPT che ora si trovano indicizzate da Google, visibili a chiunque sappia cercare. Basta cliccare su “Condividi” e quel link che pensavi fosse un messaggio privato diventa un URL pubblico. Nessuna password. Nessun avviso in grassetto. Solo una piccola frase che quasi nessuno legge davvero.
Tra quelle chat ci sono storie intime, spesso legate a salute mentale, traumi, dipendenze, ansia. E ci sono nomi, cognomi, luoghi. Gente che pensava di parlare con un assistente, si ritrova oggi esposta su internet come in una vecchia rubrica telefonica dimenticata.
È una distrazione enorme che non si può più ignorare. Perché se milioni di persone iniziano a usare chatbot come terapeuti e questi dati finiscono pubblici, allora abbiamo un serio problema. Di fiducia, di tecnologia, di cultura. E forse anche di persone che credono che l’AI sia uno psicanalista.