Lui stava seduto da Veselka, angolo tra Second Avenue e East 9th Street, a guardare il traffico come se fosse un rendering mal calibrato. Il telefono vibrava ogni pochi minuti: messaggi in codice da colleghi di OpenAI, frasi tipo “hai visto l’email del CFO?” o “hai fatto i conti sul vesting?”.
Da quando l’azienda aveva annunciato quei bonus multimilionari, l’aria a Hudson Yards si era fatta elettrica. Per lui si parlava di una cifra a sette zeri, spalmata su due anni, metà in azioni, metà cash. Era il tipo di somma che ti fa cambiare la mappa mentale di New York: improvvisamente inizi a guardare loft a Tribeca invece che monolocali a St. Marks Place.
Ma c’era anche Meta, con le sue sirene e la proposta che gli avevano fatto tre giorni fa. Un pacchetto da cento milioni di dollari per unirsi ai loro nuovi Superintelligence Labs a Menlo Park. Non era una leggenda, era la sua casella email. Camminando sulla High Line il giorno prima, aveva provato a immaginarsi lì, in California, e poi qui, tra Chelsea Market e il fiume. In entrambi i casi c’era un lui che lavorava su modelli di IA capaci di riscrivere le regole del mondo.
Quella sera, a Washington Square Park, guardava due studenti discutere di AGI vicino all’arco illuminato. “La prima azienda che ci arriva, cambia tutto,” diceva uno. Era strano sentirlo lì, a due isolati dal suo ufficio, sapendo che lui era uno di quei pochi che potevano davvero arrivarci.
Sulla metro, linea F da West 4th a Second Avenue, pensava che forse non era solo questione di soldi. Forse era decidere da che parte stare quando la storia si muove così in fretta. Sopra, Times Square continuava a lampeggiare, come se stesse vendendo l’idea di futuro a chiunque alzasse lo sguardo.
A casa, il portatile acceso, una nuova mail. Oggetto: “Retention package confirmation”. Si passò una mano sul volto. Fuori, sirene verso la First Avenue. Dentro, la certezza che il prossimo clic avrebbe deciso dove sarebbe stato quando tutto sarebbe cambiato.