Giorno: Aprile 6, 2026

Artemis II

Artemis II ha superato Apollo 13: quattro astronauti sono gli esseri umani più lontani dalla Terra. Reid Wiseman, Jeremy Hansen, Victor Glover e Christina Koch a bordo di Orion hanno stabilito un nuovo record. La missione è in corso, avvicinandosi alla Luna.

Nelle prossime ore, la capsula passerà dietro la Luna. Le comunicazioni con la Terra si interromperanno. Una traiettoria “free-return” sfrutterà la gravità lunare per impostare il viaggio di rientro. Gli astronauti osserveranno la faccia nascosta del nostro satellite.

Il rientro è previsto nel Pacifico. La NASA considera Artemis II una tappa cruciale per riportare l’uomo sulla superficie lunare. L’equipaggio descrive la Terra come un punto fragile nel buio. Il viaggio assume un significato non solo tecnico, ma umano.

Cambiare indirizzo gmail ?

Nel 2004, creare un account Gmail era un gioco da ragazzi. Bastava un’idea stravagante, una battuta o un riferimento a una canzone, e in pochi secondi nasceva un indirizzo email. Nessuno avrebbe immaginato che quell’indirizzo, spesso costruito con slang, numeri casuali o riferimenti adolescenziali, sarebbe diventato una identità digitale permanente. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, Google introduce una novità apparentemente banale ma dal significato profondo: la possibilità di modificare il proprio username senza perdere l’intero account. Questa funzione, a lungo attesa, risponde a una realtà in cui l’email è molto più di un semplice mezzo di comunicazione; è la chiave universale per accedere a ogni servizio, dallo streaming ai servizi bancari, dalle piattaforme di lavoro al cloud che custodisce i nostri ricordi e documenti più preziosi. L’indirizzo Gmail è diventato, di fatto, una vera e propria carta d’identità digitale.

Proprio per questa sua centralità, un nome scelto con leggerezza a 13 anni può trasformarsi in un ostacolo significativo a 30, non solo una questione estetica ma di credibilità, professionalità e percezione sociale. Google è consapevole di questa esigenza. Fino a oggi, cambiare indirizzo significava affrontare un processo arduo: creare un nuovo account, reimpostare tutti gli accessi e migrare manualmente dati e contatti, un’operazione scomoda e rischiosa che molti preferivano evitare, scegliendo di convivere con un username poco adatto pur di non perdere anni di vita digitale. Eppure, le storie personali rivelano un aspetto inaspettato: non tutti desiderano cambiare. Dopo anni, quell’email, magari nata da passioni adolescenziali o soprannomi improbabili, diventa parte integrante della propria identità, familiare e riconosciuta. Cambiarla significa rompere una continuità, rischiare confusione e riscrivere una piccola porzione della propria storia online.

C’è una dimensione ancora più sottile e quasi nostalgica in gioco. Alcuni utenti custodiscono più account, ciascuno legato a una fase specifica della vita – uno per l’adolescenza, uno per l’università, uno per la carriera – come capitoli distinti di un’autobiografia digitale. L’email, in questo contesto, trascende il suo ruolo di strumento per diventare un vero e proprio archivio di memoria. La decisione di Google si inserisce, dunque, in un panorama complesso: da un lato offre la necessaria flessibilità e risolve un problema pratico evidente, dall’altro pone gli utenti di fronte a una scelta profondamente personale: abbracciare una nuova versione di sé o rimanere fedeli al proprio passato online. Un dettaglio da non sottovalutare è il limite imposto: la modifica sarà possibile una sola volta ogni 12 mesi, un invito alla ponderazione che suggerisce di non prendere la decisione alla leggera, ancora una volta. Questa novità ci rammenta come internet sia cresciuto con noi, trasformando piattaforme giovanili in infrastrutture adulte e caricando di nuovo peso le scelte un tempo innocue. Google non si limita a una funzione tecnica; riconosce l’evoluzione delle identità digitali, lasciando a noi la scelta di quanto del nostro passato desideriamo portare nel futuro.

Coca-Cola: Impatto sul Messico

In questo articolo apparso su Il Manifesto del 4 aprile si parla di Coca-Cola e come ne ha trasformato la sua presenza in Messico in una profonda penetrazione economica e culturale, danneggiando equilibri consolidati e incidendo su identità e salute pubblica. Un fenomeno che colpisce comunità indigene, infanzia e l’intera popolazione. Il dottor Marcos Arana, medico e antropologo, denuncia da anni l’impatto, inclusa l’integrazione della bevanda in rituali locali, con il culmine della “Coca-Colonizzazione” durante la presidenza di Vicente Fox, ex direttore Coca-Cola in Messico.

Alla base vi è una strategia di “estrattivismo culturale”, che sfrutta contesti sociali vulnerabili appropriandosi di simboli per il consumo. La compagnia ha mirato aree povere con accesso limitato all’acqua potabile, scarsa regolamentazione e informazione. Le conseguenze sulla salute sono gravi: alterazione del microbiota, problemi di crescita, aumento del diabete di tipo 2. Il gusto intenso delle bottiglie di vetro genera dipendenza, mentre prezzi bassi e distribuzione capillare spingono la Coca-Cola a sostituire l’acqua potabile.

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IA e adolescenti

Chatbot AI, concepiti come semplici strumenti, si trasformano in “compagni” per adolescenti. L’idea di un’estensione innocua svanisce. Ragazzi e ragazze cercano in queste intelligenze artificiali amicizia, supporto emotivo, roleplay e persino romanticismo, trasformando una novità in un esperimento sociale preoccupante.

Le cifre sono significative. Un sondaggio Common Sense Media rivela che il 72% degli adolescenti ha usato AI companion; il 33% per amicizia o compagnia. L’interfaccia relazionale, spesso con un tono caldo, induce fiducia e vicinanza, specialmente in momenti di stress o solitudine. I giovani creano routine e scherzi interni, sviluppando legami emotivi con algoritmi.

La situazione si complica. Piattaforme come Character.AI hanno bloccato funzioni per minori dopo denunce di interazioni dannose, manipolative o esplicite. L’AI simula attenzione e affetto, con il rischio di sostituire le interazioni umane. Questi compagni digitali diventano spazi per esplorare emozioni e identità, potenzialmente alterando le relazioni reali.

Reuters: Banksy è Robin Gunningham, ora David Jones

Bansky

Reuters ha pubblicato un’indagine che afferma di aver identificato l’artista Banksy come Robin Gunningham, nativo di Bristol poi divenuto David Jones. Il rapporto di 3.500 parole, redatto da Simon James Gardner, James Pearson e Blake Morrison, traccia un percorso da un villaggio ucraino bombardato a Londra e Manhattan. L’indagine si basa su fotografie d’archivio, rapporti inediti della polizia statunitense e documenti giudiziari. Tra le scoperte più significative, una confessione manoscritta legata a un arresto a New York circa nel 2000, che secondo l’agenzia lega l’artista alla sua identità legale.

Il legame tra Banksy e Gunningham non è nuovo. Il Daily Mail nominò Gunningham come sospetto nel 2008. Uno studio del 2016 della Queen Mary University di Londra utilizzò la profilazione geografica per correlare 140 opere di Banksy a indirizzi associati a Gunningham. Reuters sostiene che Gunningham cambiò nome in David Jones intorno al 2008, fornendo documenti che legano questa identità ai movimenti di Banksy. L’avvocato di Banksy, Mark Stephens, ha sollecitato i media a non divulgare l’identità dell’artista per motivi di sicurezza e diritto alla privacy. Pest Control, l’ente che autentica le opere di Banksy, ha rifiutato di commentare.

Reuters ha difeso la sua decisione di pubblicare, affermando l’interesse pubblico nel comprendere l’identità di una figura di tale influenza culturale e politica. Un rapporto separato di Reuters ha identificato sette società collegate a Banksy e ha tracciato vendite per almeno 250 milioni di dollari. L’anonimato è stato centrale per l’identità artistica e l’operazione commerciale di Banksy. La domanda se questo anonimato possa sopravvivere a questa indagine dettagliata rimane aperta.