Il Caso di Iwao Hakamada: Una Vicenda Giudiziaria che Ha Scosso il Giappone

Iwao Hakamada, un ex pugile giapponese, è stato al centro di una delle vicende giudiziarie più lunghe e controversie nella storia del Giappone. Condannato a morte nel 1968 per un quadruplo omicidio, Hakamada ha trascorso quasi cinque decenni nel braccio della morte prima di essere assolto nel 2024.

L’Incidente e il Processo
Il 30 giugno 1966, un incendio scoppiò nella casa del capo di Hakamada a Shizuoka, dove furono trovati i corpi dell’uomo, della moglie e dei due figli adolescenti, tutti pugnalati a morte. Hakamada fu arrestato nell’agosto dello stesso anno sulla base di una confessione estorta e di alcune prove fisiche, tra cui un pigiama macchiato di sangue e benzina. Tuttavia, durante il processo, Hakamada ritrattò la confessione, affermando di essere stato torturato dalla polizia per ottenerla[2].
La Condanna e la Detenzione
Nel settembre 1968, Hakamada fu condannato a morte. Nonostante le numerose richieste di revisione del processo, la condanna fu confermata dall’Alta Corte di Tokyo e dalla Corte Suprema del Giappone nel 1980. Hakamada rimase nel braccio della morte per 47 anni e sette mesi, senza mai essere giustiziato grazie al rifiuto del ministro della Giustizia di firmare la sua condanna a morte.
L’Assoluzione e il Risarcimento
Nel marzo 2014, Hakamada ottenne un nuovo processo e fu rilasciato in attesa del verdetto. Il 26 settembre 2024, il tribunale distrettuale di Shizuoka lo dichiarò non colpevole, riconoscendo che le prove erano state falsificate. Recentemente, Hakamada ha ricevuto un risarcimento di 217 milioni di yen (circa un milione di euro) per l’ingiusta detenzione, il più alto mai concesso in Giappone.
Impatto e Riflessioni
La storia di Hakamada mette in luce le criticità del sistema giudiziario giapponese, che continua ad applicare la pena di morte. Il caso ha sollevato dibattiti sulla necessità di riforme per prevenire ingiustizie simili in futuro. Oggi, a 89 anni, Hakamada vive con gravi problemi di salute a causa della lunga detenzione[1]. La sua vicenda rimane un simbolo della lotta per la giustizia e la tutela dei diritti umani.
Cose pieghevoli

Secondo recenti voci, Apple potrebbe lanciare un iPhone pieghevole entro il prossimo anno, con un prezzo di partenza stimato intorno ai 2.000 dollari, rendendolo il modello più costoso fino ad oggi. Questo dispositivo dovrebbe presentare un design sottile, con una fotocamera frontale, due fotocamere posteriori e un pulsante Touch ID.
Asimov

C’è un racconto di Isaac Asimov che fa parte di una serie vagamente collegata di storie incentrate sul supercomputer immaginario Multivac. Multivac è una megastruttura, una sorta di intelligenza artificiale avanzatissima, progettata per risolvere tutti i problemi posti dall’uomo e in grado, con il tempo, di sviluppare una sorta di coscienza. In uno di questi racconti, intitolato Franchise, Asimov immagina un futuro in cui il processo elettorale statunitense è completamente delegato a Multivac. Non si vota più nel senso tradizionale: non ci sono seggi, né milioni di cittadini chiamati alle urne. Al contrario, è il calcolatore a determinare chi sarà il vincitore delle elezioni presidenziali, sulla base di complessi calcoli statistici e predittivi che tengono conto delle preferenze dell’elettore medio americano.
Il punto centrale del racconto è che, per arrivare a una decisione definitiva, Multivac ha bisogno di un elemento umano. Una sola persona viene selezionata tra tutta la popolazione degli Stati Uniti per essere sottoposta a una lunga intervista. Non si tratta di una persona particolarmente influente o politicamente impegnata, bensì di un cittadino comune scelto perché, secondo l’algoritmo, le sue caratteristiche psicologiche, sociali ed emotive riflettono al meglio l’orientamento dell’elettorato nel suo complesso. In pratica, questa persona rappresenta l’intero corpo elettorale.
Il supercomputer pone a questo cittadino una serie di domande che non riguardano direttamente i candidati o i programmi elettorali. Le domande sono spesso vaghe, apparentemente insignificanti, ma mentre il soggetto risponde, vengono registrate e analizzate le sue reazioni fisiologiche: pressione sanguigna, sudorazione, microvariazioni nella voce, sensibilità della pelle. L’obiettivo non è tanto capire cosa pensa, ma come reagisce, per estrapolare da quei dati la decisione finale.
Nel racconto, ambientato nel futuro rispetto alla data di pubblicazione (che è il 1955), viene scelto un uomo chiamato Norman Muller, un commesso di un negozio dell’Indiana. Non siamo nel 2008, ma in un’epoca ipotetica in cui il sistema democratico si è trasformato radicalmente, lasciando il posto a un sistema tecnocratico dominato dalla razionalità algoritmica. Norman, pur consapevole dell’enorme responsabilità che gli viene affidata, si sente orgoglioso di essere stato scelto, convinto di esercitare il proprio diritto di voto in una forma nuova, ma altrettanto significativa.
Durante l’intervista con Multivac, Muller si sottopone a questo strano interrogatorio. Le domande sembrano banali, ma sono studiate per scandagliare in profondità la sua personalità e il suo orientamento inconscio. Una in particolare gli resta impressa nella memoria, tanto da citarla con un misto di incredulità e curiosità:
“Che cosa ne pensa del prezzo delle uova?”
venditori di pentole sull’autobus
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento radicale del mondo tech su YouTube. Quella che un tempo era una comunità di appassionati, impegnata a condividere recensioni sincere e approfondimenti utili, è oggi sempre più popolata da influencer che sembrano aver dimenticato l’essenza del proprio lavoro.
Giusto per fare due nomi, galeazzi e jakidale, (potrei fare più nomi) che molto probabilmente sono andati fuori di testa per i numerosi follower, trasformandosi lentamente da semplici recensori appassionati in figure totalmente commerciali. Il loro atteggiamento sempre più orientato al marketing e alla sponsorizzazione continua ha finito per snaturare la loro credibilità, facendo emergere chiaramente come la quantità di follower e visualizzazioni abbia ormai preso il sopravvento sulla qualità e sull’autenticità delle informazioni trasmesse.
Una parentesi speciale poi per quelli che sono palesemente invitati a fare marchette per la Tesla, glorificando senza alcun ritegno ogni aspetto dei suoi prodotti e minimizzando, o addirittura ignorando, qualunque critica fondata. Questo avviene nonostante la follia politica dell’uomo al timone dell’azienda, Elon Musk, che con dichiarazioni e comportamenti spesso controversi o discutibili sembra davvero intenzionato a colonizzare Marte e forse dovrebbe davvero andarci e restarci, lasciando alla Terra una pausa da questa narrazione incessante e fin troppo entusiasta.
Troppo spesso, infatti, vediamo youtuber tech trasformarsi in veri e propri venditori, promuovendo prodotti in modo indiscriminato e senza spirito critico. Ogni smartphone è “fantastico”, ogni laptop “imperdibile”, ogni gadget “rivoluzionario”. Ciò che conta, sembra, non è più informare il pubblico, ma convincerlo ad acquistare.
È diventato raro ascoltare recensioni veramente oggettive, capaci di mettere in luce sia pregi che difetti, senza timore di irritare l’azienda che ha fornito il prodotto. Il risultato? Un pubblico sempre meno consapevole, spesso confuso e deluso dopo acquisti suggeriti con entusiasmo sospetto.
Il ruolo dello youtuber tech dovrebbe essere quello di guida, di voce indipendente, capace di analizzare la tecnologia con obiettività e chiarezza. Se invece si abdica a questo ruolo per trasformarsi in un semplice canale di marketing, si tradisce la fiducia degli utenti che cercano consigli autentici e trasparenti.
È ora di pretendere dagli influencer tech una maggiore responsabilità e integrità. Non basta essere entusiasti davanti alla telecamera: serve onestà, competenza e soprattutto il coraggio di dire anche quello che può non piacere alle aziende, ma che è importante per gli utenti. Solo così si potrà recuperare la vera essenza del mondo tech su YouTube, restituendo al pubblico recensioni davvero utili e affidabili.
Emilio D’Alessandro: l’uomo dietro il genio di Kubrick

Quando pensiamo a Stanley Kubrick, ci vengono subito in mente capolavori cinematografici come “2001: Odissea nello spazio”, “Arancia Meccanica” e “Shining”. Tuttavia, dietro il rigore e la perfezione stilistica del grande regista americano, c’era un uomo altrettanto importante, seppur meno noto: Emilio D’Alessandro.
Nato a Cassino nel 1941, D’Alessandro emigrò a Londra negli anni ’60 in cerca di fortuna. Lavorava inizialmente come pilota e autista quando, per puro caso, la sua strada incrociò quella di Kubrick. Il regista, colpito dalla serietà e affidabilità di Emilio durante una consegna urgente sul set di “Arancia Meccanica”, gli offrì immediatamente un lavoro come suo assistente personale.
Da quel giorno, la vita di Emilio D’Alessandro cambiò radicalmente. Non era semplicemente un autista o un assistente generico: era la persona di fiducia che Kubrick considerava indispensabile per il suo lavoro quotidiano. D’Alessandro si occupava di gestire il set, della cura dei dettagli, degli spostamenti personali di Kubrick e persino delle faccende domestiche della famiglia del regista.
Con il tempo, il rapporto tra Emilio e Kubrick si trasformò in una profonda amicizia basata sul rispetto reciproco. Il carattere schivo e riservato di Kubrick trovò in Emilio un interlocutore discreto e leale, capace di mantenere un equilibrio perfetto tra vita professionale e privata.
D’Alessandro rimase al fianco di Kubrick per oltre trent’anni, fino alla morte del regista avvenuta nel 1999. Durante questo lungo periodo, contribuì silenziosamente alla realizzazione di alcune delle pellicole più iconiche della storia del cinema. Nel 2012, ha pubblicato il libro “Stanley Kubrick e me”, scritto insieme a Filippo Ulivieri, in cui ha raccontato il lato umano e privato di un genio spesso descritto come freddo e distante.
Oggi, Emilio D’Alessandro è riconosciuto non solo come “l’uomo dietro Kubrick”, ma anche come testimone privilegiato di un pezzo importante della storia del cinema contemporaneo. La sua esperienza ci ricorda che dietro ogni grande talento esiste sempre qualcuno altrettanto importante che, con umiltà e dedizione, rende possibili i capolavori che ammiriamo.
Sean Baker e l’iPhone: Quando l’Innovazione Tecnica Incontra la Visione Cinematografica

Il nome di Sean Baker è indissolubilmente legato a un’audace mossa nel mondo del cinema indipendente: la realizzazione del suo acclamato film “Tangerine” interamente girato con un iPhone 5s. Quella che inizialmente nacque come una necessità dettata da limiti di budget si è trasformata in una dichiarazione artistica e in una lezione di ingegno tecnico per filmmaker di tutto il mondo.
L’idea di realizzare “Tangerine” precedette di gran lunga la decisione di utilizzare un iPhone come strumento di ripresa. Di fronte a vincoli economici significativi, l’opzione di sfruttare la tecnologia mobile emerse come una soluzione praticabile. Baker stesso ammette che molti dei vantaggi dell’iPhone si rivelarono solo durante le riprese, e il team seppe coglierli e sfruttarli al meglio. Nonostante ciò, la proposta di girare un lungometraggio con un telefono cellulare suscitò molti dubbi tra i produttori, tanto che lo stesso Baker inizialmente dovette convincere sé stesso prima di presentare l’idea al resto della squadra.
Per superare lo scetticismo, furono realizzati numerosi test di ripresa. Un momento cruciale fu quando Technicolor permise di proiettare il footage su grande schermo, dimostrando ai finanziatori e ai produttori che la risoluzione era sufficiente e il risultato presentabile. È importante notare che, nonostante la sua fama, “Tangerine” non fu il primo film girato con un iPhone, con Baker che cita “King Kelly” del 2012 come un precedente, seppur con un’estetica molto diversa.
La vera innovazione tecnica di “Tangerine” risiede nell’utilizzo di strumenti e app specifici che hanno trasformato un comune smartphone in una vera e propria cinepresa:
- iPhone 5s: Il modello specifico di iPhone utilizzato per le riprese, grazie al suo aggiornamento della fotocamera a 8 megapixel.
- Adattatori anamorfici di Moondog Labs: Questi prototipi, scoperti tramite una campagna Kickstarter, furono essenziali per ottenere un aspect ratio widescreen di 2.35:1 o 2.40:1. L’adattatore si fissava sopra l’obiettivo dell’iPhone e comprimeva l’immagine orizzontalmente. Durante le riprese, l’immagine appariva “schiacciata” sui monitor. In post-produzione, il footage veniva “destretto” per ottenere il formato panoramico cinematografico desiderato. Baker stesso ha dichiarato che non avrebbe potuto realizzare il film senza questi adattatori, che hanno elevato notevolmente l’aspetto visivo. Questi adattatori offrivano anche tocchi anamorfici come i flare orizzontali, utilizzati con grande effetto nel film.
- App FiLMiC Pro: Questa app da 8 dollari si rivelò fondamentale per avere il pieno controllo su messa a fuoco, diaframmi e temperatura colore. Permetteva inoltre di bloccare l’esposizione, la messa a fuoco e il bilanciamento del bianco e offriva una migliore compressione con un’encoding fino a 50 Mbps a 1080p per ogni ripresa.
- Steadicam Smoothee: Data l’estrema leggerezza dell’iPhone, ottenere immagini stabili a mano libera era quasi impossibile. Per questo motivo, venne utilizzato uno stabilizzatore Steadicam Smoothee, un piccolo supporto che riduceva significativamente il tremolio della mano, evitando un aspetto “traballante” sullo schermo.
- Metodi di ripresa creativi: Non avendo a disposizione attrezzature costose, il team di Baker utilizzò l’ingegno. Ad esempio, la bicicletta del direttore della fotografia Radium Cheung venne impiegata come dolly per realizzare carrellate fluide.
- Illuminazione: L’illuminazione sul set era principalmente naturale, integrata da tre Rosco LitePads a batteria di diverse dimensioni per fornire luce aggiuntiva.
- Suono: Consapevoli dell’importanza cruciale dell’audio, il team di “Tangerine” non registrò il suono direttamente sull’iPhone. Un fonico professionista, Ayran Strauss, utilizzò apparecchiature audio professionali (microfoni shotgun e lavalier) per registrare il suono separatamente, che venne poi sincronizzato in post-produzione. Baker sottolinea che un pubblico può accettare diverse estetiche visive, ma un suono non nitido e incomprensibile è inaccettabile.
- Post-produzione: Oltre al “desqueeze” delle immagini anamorfiche, Baker scelse di adottare un approccio non convenzionale alla color correction, saturando i colori fino a renderli quasi inverosimili. Questa scelta stilistica mirava a creare un effetto destabilizzante contrastando la storia realistica con colori improbabili. Lo stesso colore arancione, dominante nel film, ne ispirò il titolo.
La decisione di girare “Tangerine” con un iPhone non fu una trovata di marketing pianificata. Anzi, il team cercò inizialmente di mantenere segreta la tecnologia utilizzata, rivelandola solo nei titoli di coda con la scritta “Tangerine was shot entirely on the iPhone 5s with our anamorphic adapters”. Questo permise al film di essere giudicato per i suoi meriti narrativi e stilistici prima che per la sua “natura” di “film girato con un telefono”. Tuttavia, una volta svelato l’arcano, molte delle domande durante le sessioni di Q&A si concentrarono sull’aspetto tecnico.
Nonostante il successo e l’innovazione dimostrata con “Tangerine”, Sean Baker rimane un fervente sostenitore della pellicola cinematografica. Se il budget lo permettesse, il suo obiettivo sarebbe quello di tornare a girare su celluloide. Tuttavia, riconosce che la tecnologia degli smartphone per la ripresa cinematografica è in rapida evoluzione, con app che già al momento delle interviste permettevano di catturare immagini in risoluzioni superiori.
“Tangerine” non è solo un film potente e divertente che offre uno sguardo su una sottocultura spesso invisibile. È anche una testimonianza di come la creatività e l’ingegno tecnico possano superare i limiti di budget, aprendo nuove possibilità per i filmmaker indipendenti e dimostrando che anche un iPhone può diventare uno strumento cinematografico di grande impatto. L’approccio di Sean Baker ha ispirato molti, provando che, nelle mani giuste, anche la tecnologia più accessibile può dare vita a storie indimenticabili.
Law and order
Non so esattamente perché, ma in questo periodo sto guardando la serie “Law and Order”. Non è certamente una serie che consiglierei con entusiasmo come ho fatto con altre, dato che la struttura degli episodi risulta piuttosto banale e prevedibile. Ogni puntata infatti racconta una storia che si apre e si chiude completamente all’interno dello stesso episodio, ripetendo uno schema identico che spesso conduce a un finale facilmente intuibile.
Eppure, nonostante tutto, questa serie riesce a tenerti incollato allo schermo. Uno degli aspetti più interessanti è notare l’apparizione di molti attori che, dopo essere passati da “Law and Order”, hanno raggiunto successo e ruoli di grande rilievo in altre serie tv e film.
Qui trovate un elenco completo di attori, registi e sceneggiatori
https://www.imdb.com/title/tt0098844/fullcredits/?ref_=tt_cst_sm
Ai e capitalismo
Questo articolo, a seguire link, presenta un dialogo tra l’autore e Claude, l’IA sviluppata da Anthropic, sul rapporto tra capitalismo, intelligenza artificiale e società umana. La discussione esplora come l’IA potrebbe influenzare il sistema economico attuale, evidenziando sia opportunità che rischi.
Claude osserva che il capitalismo moderno tende a privilegiare l’efficienza e la crescita economica, valori che potrebbero essere amplificati dall’adozione massiccia di IA. Tuttavia, questo potrebbe accentuare disuguaglianze sociali e concentrazione di potere nelle mani di chi controlla le tecnologie. Viene sottolineato il paradosso per cui l’automazione intelligente, mentre aumenta la produttività, rischia di erodere il valore del lavoro umano tradizionale.
Un tema centrale è l’impatto dell’IA sul mercato del lavoro. Claude suggerisce che molti lavori cognitivi ripetitivi (dall’analisi dati al customer service) potrebbero essere automatizzati, creando una pressione senza precedenti sulla riqualificazione professionale. Questo scenario richiederebbe, secondo l’IA, un ripensamento dei sistemi di welfare e forse l’adozione di modelli come il reddito universale.
La discussione affronta anche il ruolo delle grandi corporation tech. Claude mette in guardia contro i rischi di un “capitalismo della sorveglianza” dove i dati personali e il comportamento degli utenti diventano merce di scambio, con implicazioni per la privacy e l’autonomia individuale. Viene proposto un framework etico per lo sviluppo di IA che bilanci innovazione e diritti umani.
Interessante la riflessione sul concetto di “valore” in un’economia post-lavoro: se l’IA può generare ricchezza materiale, come ridefiniremo il valore sociale delle attività umane? Claude ipotizza un possibile shift verso economie più collaborative e sistemi di misurazione del benessere alternativi al PIL.
Non manca un’analisi dei bias algoritmici. L’IA riconosce che i sistemi di machine learning rischiano di perpetuare discriminazioni presenti nei dati storici, enfatizzando la necessità di trasparenza e accountability nello sviluppo algoritmico.
Sul piano geopolitico, il dialogo tocca il divario tecnologico tra Paesi, con il rischio che l’IA acuisca le disuguaglianze globali. Claude propone modelli di cooperazione internazionale per governare l’impatto trasformativo dell’IA.
In conclusione, l’articolo delinea uno scenario complesso: l’IA come acceleratore delle contraddizioni capitalistiche, ma anche potenziale catalizzatore per nuovi paradigmi economici. Claude si mostra cauto sull’ottimismo tecnoutopico, sottolineando che l’impatto sociale dell’IA dipenderà dalle scelte politiche, regolatorie e culturali che accompagneranno la sua adozione. La sfida principale, secondo il dialogo, è armonizzare il progresso tecnologico con la giustizia sociale in un sistema economico in rapida trasformazione.