Categoria: racconti

Iran, USA: Voto e Guerra

L’attacco di oggi all’Iran da parte di Israele, con ovviamente il benestare di Trump, è sicuramente l’inizio di una campagna elettorale. Secondo recenti sondaggi, il gradimento di Trump varia, ma in genere si attesta sotto il 50%, suggerendo una base elettorale da rinvigorire in vista delle prossime scadenze. Le sue politiche sono spesso polarizzanti. È evidente che distrarre tutti con una guerra prima delle elezioni di novembre potrebbe essere una mossa calcolata per unire la base e presentarsi come leader forte.

Questo scenario si lega strettamente alle prossime elezioni di novembre. Le elezioni di midterm negli USA si tengono a metà del mandato presidenziale. Riguardano il rinnovo di tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato e molte cariche statali. Spesso fungono da referendum sull’operato del presidente in carica, influenzando la sua capacità di governare e di far passare l’agenda legislativa. Un conflitto estero potrebbe tentare di spostare l’attenzione dai problemi interni.

Credo sia impossibile prevedere come andranno le elezioni di novembre. Tanto più ora non sappiamo neanche come si svilupperà questo attacco all’Iran. Se il partito del presidente perde le midterm, la sua agenda legislativa può bloccarsi, portando a maggiore polarizzazione e difficoltà di governo. È accaduto spesso: Clinton nel 1994, Bush nel 2006, Obama nel 2010 e Trump nel 2018 persero il controllo di almeno una camera. La reazione del pubblico all’escalation in Medio Oriente sarà determinante per l’esito finale di questo sviluppo.

Trump: Un enigma elettorale?

Mi domando, inutilmente, come facciano gli americani a votare il tizio con i capelli strani e la pelle color arancione; ok, posso fare anche il nome, si chiama Trump. Almeno per me basta vederlo come parla per capire che dice stupidate. Tipo la conferenza stampa di ieri, 20 febbraio 2026, dove ha attaccato duramente avversari politici e media, definendo le loro domande “ridicole” e “stupide” più volte. Non ho contato quante volte ha dato dello stupido a qualcuno.

E poi, e dico e poi, i giornalisti non potevano alzarsi e andar via per come ha trattato il giornalista della CNN? Quel giornalista, notoriamente ostile, è stato zittito e accusato di “fake news”, trattato con disprezzo davanti a tutti. Un’umiliazione in diretta, senza un barlume di rispetto per la professione, che lascia a bocca aperta e sbalorditi sulla passività degli altri presenti.

Insomma, la storia, o forse la sociologia e la psicanalisi, un giorno ci diranno perché la gente vota Trump, cosa si cela dietro un consenso così polarizzante e apparentemente irrazionale. Ma forse, più semplicemente, è solo perché sono stupidi. O forse c’è un malcontento profondo, una rabbia latente che solo un personaggio così fuori dagli schemi riesce a intercettare e cavalcare, trasformando le frustrazioni in un voto di protesta incomprensibile ai più.

Oro digitale a Manhattan

Lui stava seduto da Veselka, angolo tra Second Avenue e East 9th Street, a guardare il traffico come se fosse un rendering mal calibrato. Il telefono vibrava ogni pochi minuti: messaggi in codice da colleghi di OpenAI, frasi tipo “hai visto l’email del CFO?” o “hai fatto i conti sul vesting?”.

Da quando l’azienda aveva annunciato quei bonus multimilionari, l’aria a Hudson Yards si era fatta elettrica. Per lui si parlava di una cifra a sette zeri, spalmata su due anni, metà in azioni, metà cash. Era il tipo di somma che ti fa cambiare la mappa mentale di New York: improvvisamente inizi a guardare loft a Tribeca invece che monolocali a St. Marks Place.

Ma c’era anche Meta, con le sue sirene e la proposta che gli avevano fatto tre giorni fa. Un pacchetto da cento milioni di dollari per unirsi ai loro nuovi Superintelligence Labs a Menlo Park. Non era una leggenda, era la sua casella email. Camminando sulla High Line il giorno prima, aveva provato a immaginarsi lì, in California, e poi qui, tra Chelsea Market e il fiume. In entrambi i casi c’era un lui che lavorava su modelli di IA capaci di riscrivere le regole del mondo.

Quella sera, a Washington Square Park, guardava due studenti discutere di AGI vicino all’arco illuminato. “La prima azienda che ci arriva, cambia tutto,” diceva uno. Era strano sentirlo lì, a due isolati dal suo ufficio, sapendo che lui era uno di quei pochi che potevano davvero arrivarci.

Sulla metro, linea F da West 4th a Second Avenue, pensava che forse non era solo questione di soldi. Forse era decidere da che parte stare quando la storia si muove così in fretta. Sopra, Times Square continuava a lampeggiare, come se stesse vendendo l’idea di futuro a chiunque alzasse lo sguardo.

A casa, il portatile acceso, una nuova mail. Oggetto: “Retention package confirmation”. Si passò una mano sul volto. Fuori, sirene verso la First Avenue. Dentro, la certezza che il prossimo clic avrebbe deciso dove sarebbe stato quando tutto sarebbe cambiato.

Aglio e Olio

Salvatore aveva sessant’anni e una cucina vuota. Novembre 1894, Napoli. La dispensa: tre spicchi d’aglio, un filo d’olio, peperoncini secchi, spaghetti fatti in casa. Nient’altro.

Quarant’anni di mestiere. Aveva cucinato per nobili, preparato salse francesi, studiato ogni trucco. Quella sera guardò quegli ingredienti e pensò: “E adesso?”

Mise l’acqua a bollire. Tagliò l’aglio sottile come sapeva fare, senza fretta. Scaldò l’olio nella padella di ferro. L’aglio dentro, e subito quel profumo che non si aspettava. Dolce. Diverso.

“Strano,” disse alla cucina vuota.

L’aglio diventò dorato. Salvatore sbriciolò un peperoncino, guardò i semi cadere nell’olio che sfrigolava piano. L’odore cambiò ancora. Meglio.

Buttò gli spaghetti nell’acqua che bolliva. Li scolò al dente, tenne un po’ d’acqua da parte – abitudine vecchia. Versò la pasta nella padella, mescolò. Aggiunse l’acqua di cottura.

Successe qualcosa. Gli spaghetti presero l’olio, l’aglio, il piccante. Diventarono lucidi, cremosi senza panna. Perfetti.

Assaggiò. Si fermò. Masticò lento.

“Madonna,” disse.

Il sapore era giusto. Semplice ma completo. L’aglio non pizzicava, il peperoncino non bruciava. Tutto insieme come doveva essere da sempre.

Si sedette al tavolo di legno. Mangiò in silenzio. Ogni forchettata uguale alla prima, perfetta. Pensò ai quarant’anni passati a complicare tutto. Alle salse elaborate, ai condimenti ricchi. A cercare la grandezza nel difficile.

“Cretino,” si disse.

Finì il piatto. Rimase seduto a guardare la padella vuota. L’olio sul fondo ancora profumava. La cucina era calda, per la prima volta da settimane.

Il giorno dopo lo fece per i clienti. “Spaghetti aglio e olio,” disse quando gli chiesero cosa fosse. Alcuni non ordinarono – troppo semplice. Altri lo provarono e tornarono.

Salvatore non ci pensò più tanto. Era un piatto come un altro, solo che funzionava sempre. Come respirare, come camminare. Naturale.

Ma quella sera di novembre, quando scoprì che quattro ingredienti potevano bastare, capì qualcosa che non aveva mai saputo di non sapere. Che a volte la cosa giusta è la più semplice. Che a volte quello che cerchi è davanti a te da sempre.

E che l’aglio, trattato con rispetto, può diventare oro.

Salvatore morì nel 1908. Non seppe mai che quel piatto sarebbe sopravvissuto per più di un secolo. Che nel 2025 ancora milioni di persone avrebbero mescolato aglio dorato nell’olio, sbriciolato peperoncino nella padella, fatto lucidare gli spaghetti con l’acqua di cottura. In ristoranti di tutto il mondo, con nomi diversi ma sempre la stessa ricetta.

Il suo nome nessuno se lo ricorda più. Ma ogni volta che qualcuno ordina “spaghetti aglio, olio e peperoncino”, Salvatore è lì. Nella semplicità che diventa eterna.

ciao

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C’era una città che aveva smesso di parlare, dopo secoli trascorsi a fissare schermi e digitare tastiere. I dispositivi avevano prima affiancato le voci, poi lentamente le avevano sostituite. Non era stato un decreto, nessuna regola imposta dall’alto: era semplicemente accaduto. Le parole, prima abbreviate, poi ridotte a simboli, infine erano svanite del tutto.

Ora le persone camminavano avvolte nel proprio silenzio, guidate da impulsi e notifiche interne. Ogni abitante aveva impiantato dietro l’orecchio un chip che trasferiva pensieri e richieste agli altri con vibrazioni quasi impercettibili. Una rete invisibile univa tutti, eppure nessuno si guardava davvero negli occhi.

Fu in una giornata come tutte le altre che la rete collassò improvvisamente. Schermi spenti, connessioni assenti. Tutto si fermò, lasciando la città in un vuoto assordante. Gli abitanti, smarriti, si riversarono nelle piazze, cercando risposte negli occhi degli altri. Ma non c’erano parole per spiegare il panico che sentivano salire.

Da una finestra del secondo piano, un uomo anziano guardava la scena. Aveva letto libri, conservati di nascosto da suo nonno, dove ancora esistevano frasi, dialoghi, domande e risposte. Sentì qualcosa muoversi dentro, un impulso che da troppo tempo era stato dimenticato.

Scese lentamente in strada, avvicinandosi alla folla silenziosa. Aprì la bocca. Inizialmente non uscì niente, poi un suono ruvido, quasi spezzato, trovò il coraggio di farsi sentire:

«Ciao…»

La folla sussultò, incredula. Un bambino si girò verso la madre, indicando l’uomo con stupore. Altri provarono a imitare quel gesto antico, muovendo labbra intorpidite da decenni di silenzio.

La rete sarebbe stata ripristinata poco dopo, riportando tutto alla normalità. Ma in quel breve istante, mentre il vecchio continuava a dire ciao con una voce sempre più forte, qualcosa era cambiato per sempre.

E nessuno sapeva, ora, se sarebbero tornati al loro silenzio tecnologico, o se avrebbero ritrovato, dopo tanto tempo, il bisogno dimenticato di parlarsi.

Il Biglietto

David salì i quattro piani fino al suo appartamento su Amsterdam Avenue con le gambe che gli tremavano ancora. Otto ore di riunioni, tre clienti persi, il capo che urlava davanti a tutti. L’ansia gli aveva scavato un buco nello stomaco che ora pretendeva attenzione.

Aprì il frigorifero e tirò fuori un pastrami sandwich del Katz’s Deli, avanzato dal weekend. Mentre lo scartava dalla carta oleata, i suoi occhi caddero sul biglietto della lotteria appoggiato sul bancone della cucina, accanto a una confezione di bagel H&H ancora sigillata.

Aveva comprato il biglietto ieri, da Joey all’angolo con la 82esima. Un gesto automatico, come comprare il New York Post o masticare una gomma Trident mentre aspettava il semaforo.

Accese la TV per sentire i numeri dell’estrazione di ieri sera. Il pastrami sapeva di cartone, ma continuò a masticare.

“I numeri vincenti sono: 7, 23, 31, 44, 52, e il Powerball 18.”

David guardò il biglietto. Poi lo riguardò. I numeri erano gli stessi. Tutti.

Si sedette pesantemente sulla sedia della cucina, il sandwich a metà caduto sul pavimento. Cinquanta milioni di dollari. La cifra danzava nella sua testa come i numeri sui cartelloni di Times Square.

Fuori, Manhattan continuava la sua corsa frenetica. I taxi suonavano, la sirena di un’ambulanza si perdeva tra i grattacieli. Ma nel suo piccolo appartamento, David restava immobile, tenendo in mano un pezzo di carta che aveva appena cambiato tutto.

L’ansia continuava a rodere, ma ora si mescolava a qualcos’altro che non riusciva a definire. Una vertigine che non era né gioia né paura, solo un vuoto diverso. I cinquanta milioni galleggiavano nella sua mente come un’idea astratta, mentre lo stomaco ancora si contraeva per la giornata di merda. Domani avrebbe ancora dovuto alzarsi, farsi la doccia, uscire di casa. Ma per andare dove?

Il Ritorno

Lo riconobbi subito. David Brenner, seduto al bar del Café Sabarsky su East 86th Street come se mi stesse aspettando, con la stessa postura leggermente curva, gli occhi che scrutavano la sala con quella particolare intensità. Dopo quarant’anni mi faceva ancora lo stesso effetto.

“Nathan,” disse alzandosi, la mano tesa. “Che piacere vederti.”

“David.” La stretta fu ferma, forse un secondo troppo lunga. “Stai bene.”

“Non posso lamentarmi. E tu? Ho sentito del tuo ultimo libro.”

Ah, eccolo. Il veleno nascosto dietro l’interesse cortese. “Sentito cosa, esattamente?”

“Le recensioni sono state… interessanti.” Un sorriso appena accennato. “Coraggioso, diciamo, esplorare certi temi alla tua età. Famiglie ebraiche del West Side, tradimenti… argomenti delicati.”

Coraggioso. Come se scrivere fosse un atto di disperazione senile. “Il lavoro richiede onestà,” risposi. “Anche quando disturba.”

“Certo, certo. L’arte prima di tutto.” Sorseggiò il suo smoothie proteico verde. “Mia moglie ha adorato il capitolo sulla famiglia. Si è riconosciuta in alcune dinamiche… quelle sui Rosen, per intenderci.”

Bastardo. Sapeva benissimo che quel capitolo parlava del tradimento di sua moglie e di come una coppia potesse superarlo. “L’arte nasce dall’esperienza universale,” dissi.

“Infatti. Tutti abbiamo le nostre… esperienze.” Gli occhi brillarono per un istante. “A proposito, quando il Times ha recensito il tuo libro, l’ho letto ad alta voce a Rachel. Ha avuto una reazione… interessante. Dice che quei mesi sono stati formativi.”

Rachel. Il nome cadde tra noi come un sasso nello stagno. Mesi formativi. La sua delicata definizione per quello che era stato. “Spero stia bene.”

“Oh, benissimo. È una moglie meravigliosa, sai. Fedele, come dovrebbe essere una moglie il giorno del matrimonio.” Un sorriso appena accennato. “Almeno ora.”

Dopo quei dieci minuti di danza cortese, ci separammo con sorrisi cordiali e pacche sulla spalla. Due gentiluomini di mezza età che si erano ritrovati per caso dopo anni.

Sulla metropolitana verso l’Upper West Side, pensai al mio libro sulla redenzione, sul perdono. Tutte quelle pagine sulla possibilità di superare il tradimento. Ma quando ti ritrovi davanti all’uomo che ha tenuto per sé la donna che amavi, capisci che certe cose non cambiano mai. Lui l’ha riavuta. Io ho solo le parole.

Il mini racconto del sabato

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Elena batteva sui tasti del MacBook con quella furia contenuta che conosco bene, seduta sulla sedia di legno traballante davanti al tavolo della cucina dove avevamo consumato migliaia di cene in silenzio. Ecco cosa stava scrivendo, parola per parola: “Caro Marco, quando leggerai questo messaggio io non ci sarò più.” Che teatralità, pensai osservandola, che melodramma degno del peggior Dostoevskij domestico. “Ho lasciato tutto in ordine, i documenti sono nel cassetto, la chiave del deposito è sotto il vaso delle piante.” La tazza di caffè fumava ancora accanto al computer, quel caffè che preparava sempre troppo forte, come se volesse punire anche la caffeina per i suoi fallimenti. “Non è colpa di nessuno, è solo che non riesco più a sopportare questo peso. Ti amo, perdonami.” Il dito librava sopra il tasto invio come un’esecuzione capitale in miniatura. Clic. L’email sparì nell’etere digitale. Ma poi, in quel movimento che avrebbe cambiato tutto, si alzò, guardò dalla finestra me che innaffiavo le rose nel giardino, tornò al Mac e – ecco il colpo di genio, l’atto rivoluzionario – trascinò l’email dalla cartella “Inviati” nel cestino. Svuotò il cestino. Cancellò per sempre quella lettera che non sarei mai riuscito a leggere. E digitò: “Caro dottore, ho deciso di accettare la sua proposta.”