Il Sundance Film Festival ha annunciato la selezione di 90 lungometraggi per l’edizione 2026. L’evento si terrà dal 22 gennaio al 1° febbraio. Sarà l’ultimo anno del festival a Park City, Utah, prima del trasferimento a Boulder, Colorado, previsto per il 2027.
La programmazione include tre film con la pop star Charli XCX, tra cui il mockumentary “The Moment”. Olivia Wilde dirige “The Invite” con Seth Rogen. Tra i documentari, spiccano produzioni su Brittney Griner, Salman Rushdie e Billie Jean King.
Il festival renderà omaggio al fondatore Robert Redford, scomparso a settembre all’età di 89 anni. Saranno organizzate proiezioni celebrative dei suoi oltre 40 anni di presenza a Park City. Lo ha confermato il direttore della programmazione Eugene Hernandez.
Girare per Amsterdam con questo account Instagram, ovviamente se amate Amsterdam e avete Istagram. Qui sotto un esempio di quello che troverete sul quel profilo. Sarebbe da fare anche Milano.
Cosa sta accadendo a Hollywood? Quentin Tarantino ha scatenato polemiche. Nel podcast di Bret Easton Ellis, ha definito Paul Dano “debole e poco interessante” per la sua interpretazione ne *Il petroliere*, non reggendo il confronto con Daniel Day-Lewis. Ha suggerito Austin Butler come alternativa e ha criticato Owen Wilson e Matthew Lillard, definendoli non interessanti.
Paul Dano
Hollywood ha risposto con una difesa compatta. Matt Reeves ha lodato Dano come “uno dei più rigorosi della sua generazione”. Ben Stiller ha twittato il suo apprezzamento. Alec Baldwin ha invitato Tarantino alla misura.
Simu Liu, Mattson Tomlin e Dillon Freasier, co-star de *Il petroliere*, hanno elogiato Dano. Lo hanno descritto come attore straordinario e scelta perfetta. Questo ha scatenato un acceso dibattito sui social media.
Ho visto la nuova serie The Beast in Me e, pur avendola apprezzata, non mi ha entusiasmato al punto da farmene strappare i capelli, che non ho. La vera forza è il cast, una carrellata di volti noti che danno subito una sensazione di “toh, questo qui l’ho già visto da un’altra parte”.
Claire Danes, pur abbandonando l’azione di Homeland per interpretare una scrittrice, conserva la sua cifra stilistica fatta di tensione emotiva palpabile. L’attrice conferma la sua naturale predisposizione per personaggi segnati dall’ansia, mantenendo tratti distintivi come lo sguardo smarrito e il respiro corto. In pratica è sempre quasi lei, Carrie Mathison. Accanto a lei, Matthew Rhys (The Americans) offre una performance di “compostezza inquieta” nel ruolo di Nile Jarvis, tratteggiando però una figura più ambigua e difficile da sostenere moralmente rispetto al passato.
Particolarmente incisiva è la presenza di Jonathan Banks. L’attore rievoca la durezza statica che lo ha reso celebre in Breaking Bad e Better Call Saul, proponendo un’autorità silenziosa che gestisce la tensione narrativa. A completare il quadro dei ritorni eccellenti c’è il cameo di Kate Burton, nota per il ruolo di Ellis Grey in Grey’s Anatomy. La serie sfrutta abilmente il background di questi interpreti, costruendo personaggi che appaiono come evoluzioni parallele delle figure che li hanno resi famosi.
Saskia Reeves (Londra, 16 agosto 1961) è un’attrice britannica. È lei la mitica Catherine Standish nella serie TV Slow Horses, anche presente in Luther e nella miniserie Dune. Al cinema è nota per film come Close My Eyes (1991) e I.D. (1995).
Amazon ha rilasciato questa settimana i doppiaggi generati artificialmente per l’anime Banana Fish in inglese e spagnolo. Il doppiatore di Dragon Ball Super Daman Mills ha reagito minacciando di non lavorare più con l’azienda se la situazione non cambia. La decisione fa parte di un programma pilota avviato da Amazon a marzo 2025 per dodici titoli in licenza.
I fan che aspettavano da anni un doppiaggio ufficiale in inglese della serie MAPPA del 2018 si sono trovati di fronte a voci robotiche senza vita, con dialoghi e tempi completamente fuori sincrono. La qualità del lavoro ha deluso chi sperava in una produzione professionale all’altezza dell’opera originale.
Mills ha definito estremamente irrispettoso usare l’intelligenza artificiale per una storia queer incentrata sul trauma. La comunità anime ha criticato Amazon per aver scelto l’IA invece di doppiatori umani nonostante abbia le risorse economiche necessarie per finanziare un doppiaggio appropriato. La controversia solleva interrogativi sul futuro del doppiaggio professionale nell’industria dell’intrattenimento.
Una foto adorabile di Isabella Rossellini e Martin Scorsese, scattata il 30 settembre 1979, il giorno del loro matrimonio al Castello di Bracciano! La Rossellini è tutta carina con un maglione leggero, appoggiata al suo nuovo marito, mentre Scorsese sfoggia un elmo da cavaliere, allegria e ironia che dimostrano quanto fossero affiatati all’epoca. Il loro matrimonio, durato fino al 1982, è stato un momento importante per entrambi e per il cinema: l’incontro tra l’eleganza europea di Rossellini, figlia della bellissima Ingrid Bergman, e la passione di Scorsese per il cinema, simbolo della New Hollywood.
Il nuovo film nasce interamente da IA: si chiama “My Boyfriend Is a Superhero!?” ed è il primo lungometraggio realizzato con Sora 2, costruito con un budget di mille dollari e generato in ogni dettaglio, dalla musica alle animazioni fino alla sceneggiatura e alle interpretazioni.
La storia introduce una struttura inedita che permette di scegliere il protagonista tra due personaggi principali, seguendo una segretaria che scopre che il suo capo miliardario conduce una doppia vita da vigilante supereroe, un esperimento che fonde commedia romantica e dinamiche interattive.
L’uscita in streaming è prevista per dicembre 2025 e segna il quarto lungometraggio IA di Hooroo Jackson, dopo titoli come “Window Seat” del 2023, parte del percorso che lui definisce “Nuovo Cinema Macchina”, un metodo pensato per produrre film su larga scala alla velocità del pensiero.
Frankenstein è stato il film in lingua inglese più visto su Netflix in 72 paesi, secondo i dati raccolti dal 3 al 9 novembre. Parliamo di oltre 29 milioni di visualizzazioni , per quasi 74 milioni di ore di visione
Grace Van Patten è nata a New York il 21 novembre 1996, figlia del regista Tim Van Patten e nipote dell’attore Dick Van Patten. Cresciuta in una famiglia immersa nel cinema, debutta a otto anni ne I Soprano e costruisce la sua carriera tra cinema indipendente e serie tv di successo. È nota per Tramps, The Meyerowitz Stories, Nine Perfect Strangers e Tell Me Lies, dove interpreta ruoli complessi e introspettivi.
Nel 2025 è protagonista di The Twisted Tale of Amanda Knox, una serie ispirata al celebre caso giudiziario, in cui interpreta Amanda Knox, confermando la sua capacità di affrontare personaggi reali e psicologicamente intensi. Vive tra New York e Los Angeles, ama il surf e la pittura. È stata legata all’attore Nat Wolff. Discreta, preferisce lasciare che a parlare siano i suoi personaggi.
Una serie che adoro e ho adorato. Credo ci sia una nuova stagione da vedere. Devo verificare. Però, a parte questo, credo che Gary Oldan sia adorabile e immenso in questa serie, e anche in questo selfie.
C’è qualcosa di familiare in Black Rabbit, e non solo perché torna Jason Bateman in un ruolo che sembra scritto per lui. L’atmosfera è quella di Ozark mescolata con la tensione visiva e nervosa di The Bear. Il locale notturno diventa una metafora del successo che si sgretola, tra debiti, vecchi rancori e una città che osserva tutto senza muovere un dito. E poi c’è Jude Law che fa Jude Law ma in accoppiata con Bateman ne esce davvero una cosa che merita.
Ho ritrovato con piacere anche Morgan Spector, il volto che ricordavo da Homeland ora con la barba. Qui è più sottile, calcolatore, con quella calma che nasconde potere e manipolazione. È uno di quei personaggi che non fanno rumore ma decidono tutto, muovendo i fili in silenzio.
Ho apprezzato anche la presenza di “Under the Pressure” dei The War on Drugs, che si sente in sottofondo nella scena in cui il pittore cerca di vendere un quadro a Wes ed Estelle nel suo studio. E più avanti, la proiezione di Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, che compare sullo schermo mentre Wes guarda distrattamente le immagini.
C’è qualcosa nello stile, nel modo in cui i dialoghi si incrociano e la tensione cresce, che mi ha ricordato Pulp Fiction: ritmo spezzato, ironia che scivola nella tragedia, e personaggi che sembrano vivere a un passo dal disastro. Black Rabbit non inventa niente, ma unisce linguaggi diversi in modo preciso, elegante, quasi musicale.
Claire Danes mi mancava. Dopo Homeland avevo quasi dimenticato la sua capacità di rendere vulnerabile anche la freddezza. In The Beast in Me, su Netflix dal 13 novembre, torna con un ruolo costruito su dolore e ossessione: una scrittrice che, dopo la perdita del figlio, trova ispirazione nella figura sinistra del vicino interpretato da Matthew Rhys. Tra loro nasce un legame inquieto, dove il confine tra curiosità e pericolo si dissolve.
La serie, firmata da Howard Gordon, mantiene il ritmo dei grandi thriller psicologici ma con una profondità più intima. Ogni episodio sembra scavare dentro la mente dei personaggi più che nella trama. Claire Danes riporta sullo schermo quello sguardo instabile, quasi febbrile, che aveva reso Carrie Mathison indimenticabile. È un ritorno silenzioso, ma potente, che ricorda perché certi attori non passano mai davvero di moda. Staremo a vedere.
Adoro parlare di quelle attrici che non sono famose come le attrici famose ma a mio avviso meritano attenzione. Allison Janney, nata a Boston nel 1959, è una di queste. Attrice versatile, capace di passare con disinvoltura dal dramma alla commedia, ha raggiunto il successo internazionale con The West Wing, vincendo più Emmy. In seguito ha interpretato la madre disfunzionale in Mom, e ruoli intensi in film come I, Tonya — che le è valso l’Oscar — The Hours, Juno, American Beauty e The Help. Recentemente è tornata a sorprendere nel thriller The Diplomat, confermando la sua bravura e la mia attenzione.
Tchéky Karyo è stato uno di quegli attori che attraversano generi e decenni con naturalezza. Nato a Istanbul nel 1953 e cresciuto a Parigi, era diventato uno dei volti più riconoscibili del cinema francese e internazionale. Negli anni Novanta si impose con La Femme Nikita di Luc Besson, dove interpretava Bob, la figura enigmatica e glaciale che addestra la protagonista. Poi arrivarono The Patriot accanto a Mel Gibson, Bad Boys con Will Smith, e GoldenEye, in cui fu l’agente russo Dmitri Mishkin. Karyo aveva un talento per i personaggi silenziosi, complessi, spesso divisi tra autorità e umanità. Negli ultimi anni il pubblico britannico lo aveva riscoperto grazie alla serie The Missing, e soprattutto nello spin-off Baptiste, dove la sua interpretazione di un investigatore segnato dal tempo aveva conquistato la critica. Era anche un musicista raffinato, autore di canzoni folk e colonne sonore. La sua carriera era fatta di sfumature più che di protagonismi, di sguardi più che di parole. È morto il 31 ottobre 2025, a 72 anni, dopo una lunga malattia, lasciando un vuoto discreto ma profondo nel cinema europeo.
Ho trovato questo account sulla timeline, mi é apparso con questo reel. Una serie di video che ho adorato. The sleeper’s window. Impossibile non seguirlo.
Channel 4 ha fatto un esperimento che sembra uscito da un episodio di Black Mirror. Una presentatrice generata interamente dall’intelligenza artificiale ha condotto un’ora di documentario in diretta, rivelando solo alla fine di non essere reale. Il pubblico, per gran parte del programma, non ha notato nulla di strano.
Dietro l’esperimento c’è un messaggio preciso: l’IA non è più solo uno strumento, ma una presenza in grado di occupare spazi prima riservati all’uomo. In Gran Bretagna, quasi tre quarti dei dirigenti d’azienda hanno già integrato sistemi intelligenti nei processi lavorativi, e il 41% parla apertamente di riduzione delle assunzioni.
Channel 4 ha dichiarato che non farà uso abituale di conduttori sintetici. Ma il punto è stato già segnato. Le nuove “voci” digitali, da Tilly Norwood ad Aisha Gaban, mostrano un futuro televisivo in cui il confine tra reale e artificiale non è più netto.
Apple starebbe per introdurre un diaframma variabile nei prossimi iPhone, una scelta che punta a migliorare il controllo della luce e la profondità di campo. Non è la prima volta che il concetto arriva su uno smartphone: Samsung ci aveva provato con il Galaxy S9 nel 2018, con aperture f/1.5 e f/2.4, ma l’esperimento non ebbe grande seguito.
Ora la tecnologia è più matura e il contesto diverso. Apple non insegue la novità, ma la perfezione percepita. L’obiettivo è un’esperienza fotografica più naturale, dove il passaggio tra scene luminose e notturne avviene senza sforzo, senza che l’utente debba capirne la logica.
La chiave resta nel software, che deciderà quando e come adattare il diaframma. È la solita filosofia Apple: rendere invisibile la complessità. L’iPhone non vuole sostituire una reflex, ma far credere per un istante che tu ne stia usando una. Pare evidente, vista anche la recente campagna pubblicitaria, che Apple punti al reparto fotografico e abbia rinunciato all’AI dove è molto indietro e deludente.
Quanto ti ho amato. Ieri scrollando i social non volevo crederci. Diane Keaton è morta l’11 ottobre 2025 in California, a 79 anni. La notizia è arrivata all’improvviso: un declino della salute rapido, discreto, senza spiegazioni pubbliche. In quel giorno — per chi ama film, ricordi, cappelli e modi lievi — qualcosa è cambiato: il silenzio della sua assenza ha iniziato a occupare gli spazi dei social. Foto e clip video. Il suo cinema.
Lei è stata quell’attrice che ha rubato la scena nei film di Woody Allen, che ha messo la sua grazia in Annie Hall (ha vinto l’Oscar per Annie Hall), che si è infilata nei drammi mafiosi de Il Padrino. Ha recitato, diretto, scritto — e spesso ha fatto dell’ironia lieve un’arma segreta. Ha adottato due figli da adulta, non si è mai sposata, ha sempre vissuto con un proprio perimetro — eppure quel perimetro era abitato da molti, da chi rideva con lei o piangeva guardando un suo film.
Ora, mentre il mondo la ricorda in ogni proiezione, restano le tracce di voce, sguardi, lampi di risata e quell’eleganza involontaria: il senso che, dentro ogni scelta — un abito, un cappello, un’improvvisazione — Diane Keaton ha costruito un suo universo. Il mondo di Diane Keaton. Il cinema perde un’attrice di straordinaria versatilità e intelligenza interpretativa, capace di unire comicità naturale e profondità drammatica in modo unico. Diane Keaton ha ridefinito la figura femminile sullo schermo, rendendola autonoma, ironica, imperfetta ma autentica. La sua presenza ha segnato decenni di cinema americano, influenzando generazioni di attrici e registi.
Il nuovo David Bowie Centre ha aperto a Londra e sembra più un viaggio che un museo. Dentro ci sono 90.000 oggetti che raccontano mezzo secolo di musica, arte e ossessioni. Ci sono i costumi di Ziggy, i fogli pieni di appunti e persino strumenti che hanno cambiato la storia del pop. Tutto insieme, come se Bowie non fosse mai andato via.
Tra le teche spunta anche ciò che non è mai nato: film mai girati, musical interrotti, progetti rimasti su carta. C’è “Young Americans”, una storia su un Major Tom perso in un’America in crisi, e “The Spectator”, un racconto teatrale sui fuorilegge londinesi del Settecento. Idee abbozzate che parlano più di lui di qualsiasi intervista.
Poi c’è la novità più sorprendente: puoi ordinare un oggetto, toccarlo, vederlo da vicino. Un’esperienza intima, già richiestissima, che trasforma il museo in un contatto diretto con Bowie. Il centro è gratuito, vivo, mutevole. Proprio come lui.
Mi piace tornare alle vecchie serie tv, rivedere episodi e scoprire attori che, partiti in ruoli minori, hanno poi conquistato grandi carriere. Oggi mi ha preso il trip per 24.
La serie 24 non è stata girata in ventiquattro ore, ma il suo successo nasce proprio dall’illusione del tempo reale. Ogni stagione raccontava una giornata intera, con ventiquattro episodi che coprivano un’ora precisa di storia. Non c’erano salti temporali: le attese, i viaggi in auto, persino i silenzi entravano nella narrazione. A creare questa tensione continua era il celebre orologio digitale, inserito più volte in post-produzione, che scandiva i minuti e dava allo spettatore la sensazione di assistere a un racconto senza pause. In realtà, le riprese si prolungavano per mesi e le scene venivano girate fuori ordine, come in qualsiasi altra produzione televisiva.
Oltre al suo protagonista Kiefer Sutherland, 24 è stata una palestra per molti attori poi diventati volti noti in altre serie. Sarah Clarke, che interpretava Nina Myers, è apparsa in Covert Affairs e Bosch. Carlos Bernard, il fedele Tony Almeida, ha proseguito in Dallas e The Young and the Restless. Penny Johnson Jerald, l’ambigua Sherry Palmer, ha avuto ruoli ricorrenti in Castle e The Orville. Dennis Haysbert, che dava vita al presidente David Palmer, ha continuato con The Unit e in seguito in Lucifer. Paul McCrane, che interpretava Graem Bauer, fratello di Jack, è rimasto nella memoria del pubblico come il dottor Romano in E.R. – Medici in prima linea. Kim Raver, la compagna di Jack sullo schermo Audrey Raines, è entrata invece nel cast di Grey’s Anatomy come la cardiochirurga Teddy Altman.
La lista di nomi che hanno lasciato un segno è lunga. James Badge Dale, agente Chase Edmunds, ha conquistato attenzione con The Pacific e Rubicon. Annie Wersching, indimenticabile Renee Walker, ha recitato in Runaways e Star Trek: Picard. Yvonne Strahovski, entrata più tardi nella saga, è esplosa con Chuck e soprattutto con The Handmaid’s Tale. Persino Shohreh Aghdashloo, apparsa in una stagione, ha avuto un ruolo centrale in The Expanse. 24 non solo ha rivoluzionato la narrazione televisiva, ma ha anche lanciato carriere che ancora oggi definiscono il panorama delle serie.
Tilly Norwood non è un’attrice in carne e ossa, ma un volto generato da intelligenza artificiale. Creata dallo studio britannico Particle6, è stata presentata al pubblico come la prima “star digitale” capace di recitare sketch, apparire in video promozionali e alimentare la fantasia dei produttori che sognano un futuro in cui gli attori sintetici possano lavorare accanto o al posto di quelli reali. La promessa è quella di un talento artificiale senza limiti di tempo, senza pause e senza contratti complicati. Un’idea che affascina alcuni, ma che ha aperto una frattura netta nel cuore dell’industria cinematografica.
Le reazioni infatti non si sono fatte attendere. Il sindacato degli attori SAG-AFTRA ha denunciato la creazione di Norwood come una minaccia diretta alla professione, ricordando che il suo volto e la sua voce sono frutto di modelli addestrati sui lavori di artisti veri, senza permesso né compenso. Attrici come Emily Blunt hanno definito il progetto spaventoso, invitando le agenzie a non sostenere quella che appare come una scorciatoia industriale più che una rivoluzione creativa. Nei festival, i brevi sketch in cui Norwood è apparsa non hanno convinto il pubblico, lasciando l’impressione di un artificio privo di spessore umano.
La vicenda accende una discussione più ampia sul confine tra tecnologia e arte. Per i creatori, Tilly è solo un nuovo strumento, come l’animazione o la CGI. Per attori e registi, invece, è l’anticamera di un cinema disumanizzato, dove la performance rischia di diventare pura simulazione. Al momento, Norwood resta un esperimento, ma il suo arrivo mette in chiaro una questione che Hollywood non potrà più evitare: chi, o cosa, potrà essere chiamato davvero “attore” nei prossimi anni.