Le proteste in Marocco sono guidate da GenZ 212, un movimento giovanile anonimo nato online, che chiede riforme nell’istruzione, nella sanità e giustizia sociale.
L’organizzazione delle manifestazioni avviene tramite piattaforme social e server Discord, dove si diffondono gli appelli e le istruzioni agli attivisti.
In più città, i giovani sono scesi in piazza, scontrandosi con le forze dell’ordine, che hanno arrestato decine di partecipanti.
Dal 29 settembre l’Afghanistan vive un blackout quasi totale di Internet e telefonia. I Talebani hanno disconnesso le reti in fibra e ridotto il traffico mobile a una frazione minima. Le motivazioni ufficiali parlano di “moralità” e di contenuti contrari alla loro visione religiosa. Il blocco colpisce banche, scuole online, comunicazioni umanitarie e media. Le donne, già escluse dall’istruzione fisica, perdono anche l’accesso digitale. Le Nazioni Unite chiedono il ripristino immediato, denunciando una violazione dei diritti fondamentali. Per ora il Paese resta isolato, con linee lente e fragili che lasciano milioni di persone senza voce.
La moneta fisica ha mantenuto un ruolo unico durante crisi intense. Pur con il calo del suo uso quotidiano, la quantità di euro in circolazione è cresciuta costantemente negli ultimi vent’anni. In momenti di tensione – pandemia, guerra, blackout – molte persone hanno cercato contante come riserva di valore.
Quando i sistemi digitali si guastano, il contante diventa strumento essenziale. Nel blackout della Penisola Iberica, i pagamenti digitali sono crollati, mentre chi aveva contanti poteva ancora comprare. Il denaro fisico resiste dove l’elettronico fallisce.
Il fenomeno suggerisce che il valore del contante va oltre l’efficienza: serve sicurezza nella vulnerabilità. Molte banche centrali consigliano oggi di avere una scorta per qualche giorno, non per nostalgia ma per prudenza.
Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell parla di una “curiosa situazione di equilibrio” nel lavoro americano. Offerta e domanda calano insieme, effetto diretto delle politiche migratorie di Trump. La stagflazione diventa un rischio concreto, con crescita ferma e tassi tagliati di un quarto di punto.
Jimmy Kimmel sta chiudendo il suo lungo percorso con ABC. È un momento che segna un cambiamento nella televisione americana influenzata dal trumpismo. Un late-night show storico chiude. Il New York Times ha pubblicato un articolo che racconta bene cosa c’è dietro tutto questo e cosa potrebbe significare.
Il ministro Valditara ha capito il trucco: meglio fare grandi annunci che vere riforme. La scuola ha bisogno di risorse e organizzazione, lui preferisce la stretta a costo zero sugli smartphone. Funziona perfettamente (forse) per la sua immagine pubblica.
La proibizione totale dei telefoni si è rivelata quello che era: un bluff. La circolare ministeriale è vaga e scarica tutto sull’autonomia scolastica. Dirigenti e insegnanti devono arrangiarsi, come sempre. Le eccezioni previste sono talmente ampie che i ragazzi continueranno a portarsi il telefono in tasca, magari due: uno finto da consegnare a chi è dove?, l’altro per chattare in bagno.
Quando qualche studente combinerà guai con lo smartphone, la colpa sarà di presidi e prof che non rispettano direttive prive di indicazioni precise. Il ministro aveva proibito tutto, no? Del resto lo sappiamo bene che le scuole sono ben attrezzate per evitare l’uso degli smartphone. Sorrido. L’autonomia scolastica serve soprattutto a questo: scaricare responsabilità in modo rapido ed efficiente.
In Nepal è successo quello che succede sempre. Il governo blocca i social, i giovani trovano un altro modo. Questa volta hanno scaricato BitChat, l’app di Jack Dorsey che funziona senza internet. Ne avevo parlato qui. Quarantottomila download in un giorno. I ragazzi della Gen Z protestavano contro la corruzione e gli stili di vita dorati dei figli dei politici. Il governo ha detto che il blocco ai social era per questioni di registrazione. Una pessima scusa.
BitChat è diverso dalle altre app. Non serve internet, non servono numeri di telefono. Funziona con il Bluetooth, crea una rete mesh tra i dispositivi vicini. I messaggi viaggiano criptati da un telefono all’altro, fino a trenta metri di distanza. Una catena umana digitale che nessuno può spegnere, se si sta vicini.
Le manifestazioni sono diventate violente. Trentaquattro morti, il Parlamento in fiamme, la Corte Suprema incendiata. Il primo ministro si è dimesso il 9 settembre. Stessa storia in Indonesia ad agosto: proteste, blocchi, undicimila download di BitChat. Si chiama “freedom tech”.
In America oggi i matrimoni sono un termometro politico. Non ci si sposa più soltanto per amore o convenienza, ma anche per partito. I numeri sono evidenti e parlano chiaro: secondo l’American Family Survey, solo il 21% delle coppie sposate non condivide la stessa identità politica. Dentro a questa minoranza, appena il 3,6% del totale è formato da un democratico e un repubblicano sotto lo stesso tetto.
Il resto si distribuisce tra combinazioni meno esplosive: democratici con indipendenti, repubblicani con indipendenti. È come se i due poli maggiori non riuscissero a condividere nemmeno la colazione, figurarsi la vita intera. Eppure chi sposa “il proprio simile” dichiara anche maggiore stabilità, più soddisfazione domestica, più senso di sicurezza.
Questo ridisegna il privato statunitense: il letto matrimoniale come estensione del seggio elettorale. Un mondo diviso che non lascia spazio alla contaminazione. Le storie d’amore diventano nuove linee di confine, piccole trincee quotidiane. Non ci si incontra più a metà strada: si resta chiusi, ciascuno, nel proprio campo.
Da un articolo del NyTimes esce fuori questa storia. Le playlist dei personaggi famosi sono pubbliche. Per esempio il vicepresidente Vance suona Backstreet Boys e Justin Bieber mentre cucina, una playlist che scopre l’intimità dietro la facciata pubblica e mette in luce la fragilità della privacy digitale.
Dietro “Panama Playlists” c’è un’ombra curiosa: un creatore anonimo ha raccolto dati pubblici da Spotify – dai brani alla frequenza d’ascolto – per politici e boss della tech. Alcuni hanno confermato la veridicità, altri se ne son accorti solo dopo, rivelando quanto poco sappiamo dei nostri stessi profili.
Il caso è un avviso silente: Spotify lascia tutto publico per impostazione predefinita, e cambiarlo richiede lavoro manuale. Quante tracce della nostra vita ascoltata restano in chiaro?
Global Sumud Flotilla è una rete di attivisti che ha deciso di sfidare il mare e i blocchi navali. Piccole imbarcazioni partono da porti europei con l’obiettivo di raggiungere Gaza, portando medicine e solidarietà. Non ci sono grandi sponsor o bandiere, ma un filo di resistenza che unisce persone da diversi paesi. Una scelta che si muove fuori dai radar ufficiali, lontano dai titoli delle agenzie.
Il termine sumud significa “fermezza” in arabo, ed è una parola che richiama la capacità di resistere senza cedere. La flottiglia non è armata, non ha l’aspetto di una spedizione politica classica. È più vicina a un gesto di testimonianza, come se il mare stesso potesse farsi corridoio umanitario. Ogni volta che salpano, i volontari sanno che potrebbero essere fermati, respinti o arrestati. Ma la partenza è già un atto compiuto, una dichiarazione.
Non è una campagna di pubblicità, né una missione spettacolare. È una pratica silenziosa che riporta al centro la vita quotidiana di chi resta chiuso dietro un confine. Le barche diventano simboli mobili di un’ostinazione semplice: arrivare, consegnare, restare umani. Un’azione che non risolve conflitti ma che, nel suo piccolo, ricorda che esistono strade parallele, fatte di ostinata solidarietà.
La responsabilità di definire una carestia non è immediata né semplice. Esiste una procedura tecnica precisa che coinvolge più attori, dati e verifiche sul campo. La dichiarazione ufficiale è spesso tardiva, ma determina interventi e risorse cruciali. Ieri, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha rilevato per la prima volta la presenza di una carestia in diverse regioni della Striscia di Gaza. Da molti mesi, Israele impedisce l’ingresso di cibo e di altri beni essenziali nella regione.
Jeffrey Sachs, economista della Columbia, ha definito i dazi americani contro l’India “la mossa tattica più stupida della politica estera americana”. Imposti dall’amministrazione Trump sul petrolio russo acquistato da Nuova Delhi, hanno colpito duramente una relazione strategica già fragile.
La scelta ha spinto i paesi BRICS a rafforzare i legami come mai prima, con telefonate di coordinamento tra le capitali in poche ore. Un fronte unito che si oppone agli interessi americani e che ora appare più saldo proprio a causa di questi dazi.
Sachs avverte che la fiducia con l’India è stata compromessa, anche se i dazi verranno rimossi. A questo si aggiungono le critiche di John Bolton, ex consigliere di Trump, che definisce l’approccio un errore enorme. Intanto, l’India si guarda intorno e vede Pechino e Mosca più vicine.
La Danimarca ha deciso di eliminare l’IVA del 25 % sui libri. Una delle aliquote più alte d’Europa, ora cancellata per rispondere a quella che il governo definisce “crisi della lettura”. Il ministro della Cultura ha parlato chiaro: più accessibilità, meno barriere. Lo Stato spenderà circa 330 milioni di corone all’anno per sostenere la misura.
In Italia la situazione è diversa. I libri cartacei sono già al 4 % di IVA. Anche gli e-book godono della stessa aliquota ridotta, ma solo se hanno un ISBN. Senza quel codice, scatta l’aliquota piena al 22 %. Una differenza che pesa su editori indipendenti e autori digitali.
Il quadro europeo è un mosaico. In Irlanda e in Czechia l’IVA è pari a zero. In Spagna i libri hanno un’imposta al 4 %. In Lussemburgo addirittura al 3 %. In Germania è al 7 %, in Francia al 5,5 %, in Finlandia al 14 %. La Grecia resta tra le poche con il 24 % pieno.
Nello Studio Ovale, Zelensky ha incontrato di nuovo Brian Glenn, il giornalista di destra che lo aveva criticato per il suo abbigliamento durante la precedente visita. Glenn ha detto a Zelensky che ora “era favoloso”. Zelensky ha risposto con ironia: “Hai lo stesso vestito. Vedi, io sono cambiato, tu no”. Tutti hanno riso.
Galimberti dice che ai giovani non serve la speranza. È solo un’illusione degli adulti, una bugia consolatoria che non risolve il vuoto. Il problema è più profondo: mancano valori, mancano prospettive, il futuro appare fragile.
Il vero dramma è l’emozione negata. Ragazzi incapaci di riconoscerla e gestirla, educati solo a competere, mai a capire sé stessi. La scuola non colma questo vuoto, gli adulti nemmeno. Da qui ansia, depressione, fuga nei social.
La via d’uscita non è tornare indietro, ma il presente. Non sperare in un domani garantito, ma creare senso ora: relazioni vere, passioni concrete, esperienza autentica.
Nuova violazione di dati nel Regno Unito: compromesse le informazioni personali di migliaia di cittadini afghani reinsediati. L’accesso non autorizzato a email aziendali ha esposto dettagli sensibili, segnando il secondo incidente dopo quello del 2022. Questi episodi rivelano fragilità nella gestione della sicurezza dei programmi di reinsediamento.
Dall’atteso faccia a faccia tra Trump e Putin non è uscito molto. Al Post dicono che l’incontro ha prodotto poche novità concrete e tanti interrogativi lasciati in sospeso.
La propaganda non è più fatta di slogan urlati. Ora è silenziosa, integrata nelle conversazioni online, capace di adattarsi al linguaggio e alle emozioni di chi legge. GoLaxy, azienda cinese con legami indiretti al governo, sfrutta intelligenza artificiale e dati personali per creare bot che sembrano umani.
Le operazioni hanno già toccato Taiwan e Hong Kong, mirando a influenzare elezioni e opinione pubblica. I sistemi profilano individui e gruppi, studiano tendenze e preferenze, poi diffondono messaggi calibrati per sembrare spontanei. In apparenza, interazioni genuine; in realtà, campagne di influenza su larga scala.
Ora, documenti interni indicano che GoLaxy sta ampliando il raggio verso gli Stati Uniti, con profili dettagliati di membri del Congresso e leader politici. L’obiettivo è spostare opinioni senza che nessuno se ne accorga. È un conflitto a bassa visibilità, dove le piattaforme social diventano campi di battaglia e la persuasione è l’arma principale.
La Cina testa la sua intelligenza artificiale in una campagna elettorale locale. Una prova tecnica, ma anche politica, per capire come un’IA possa influenzare dibattiti, priorità e linguaggi. Futuro o esperimento di controllo?
Nell’America delle fabbriche spente e dei borghi dimenticati, Trump è diventato una voce. Studi sociologici mostrano che ha raccolto sostegno nelle aree rurali segnate da povertà, declino economico e malessere sociale (journals.sagepub.com, imperial.ac.uk). Le contee rurali votarono in massa per lui, con margini superiori rispetto alle città (thetimes.co.uk, sciencedirect.com, en.wikipedia.org).
La radio conservatrice, e in particolare la diffusione del “Rush Limbaugh Show”, ha amplificato il suo impatto elettorale: nelle contee con maggiore esposizione al programma, il consenso per Trump è stato decisamente più alto (arxiv.org).
Nel 2024, Pew Research evidenzia un cambiamento significativo: Trump ha guadagnato sostenitori tra gruppi che in passato tendevano a votare Democratico. Ha quasi eguagliato Harris tra gli ispanici, aumentato il suo voto tra i neri (dal 8 % al 15 %) e tra gli asiatici (ft.com). Il successo più solido però resta tra chi non ha una laurea, tra chi vive nelle campagne e chi frequenta regolarmente luoghi di culto (pewresearch.org, en.wikipedia.org).
Le motivazioni espresse dai suoi sostenitori — l’economia e l’immigrazione — restano centrali. Nel 2024, il 93 % di chi ha votato Trump li ha indicati come temi decisivi (pewresearch.org).
Il quadro che emerge è asciutto, misurato. Racconta un’America divisa tra città e periferie, tra culture urbane progressive e paesaggi rurali conservatori. Dove l’ansia, la rabbia e la speranza hanno seguito vie divergenti. Capire se chi ha votato Trump ora ha cambiato idea è altra cosa.
Il New York Times vuole accedere a 120 milioni di conversazioni ChatGPT per dimostrare che OpenAI ha violato il copyright rigurgitando articoli a pagamento. Ma quelle chat includono dati privati, già cancellati, e OpenAI sta facendo di tutto per limitarne l’uso legale.
OpenAI propone un compromesso: analizzare solo 20 milioni di conversazioni, come suggerito da un esperto. Ogni log è un file complesso, da decomprimere e anonimizzare. Farlo per 120 milioni richiederebbe mesi e alzerebbe i rischi per la privacy degli utenti. Il tribunale deciderà se ridurre o no la portata della richiesta.
Nel frattempo, anche Microsoft è coinvolta, accusata di usare dati simili con il suo sistema interno simile a ChatGPT. E proprio questo doppio standard potrebbe spingere il NYT a trattare. Intanto OpenAI lancia un’idea provocatoria: istituire un “privilegio AI”, per rendere confidenziali le chat tra utenti e chatbot, come se fossero conversazioni medico-paziente o legale-cliente.
L’Illinois è il primo stato americano a vietare l’uso dell’intelligenza artificiale come terapeuta. La legge, firmata il 1° agosto, impedisce alle AI di fare diagnosi, proporre piani terapeutici o comunicare in modo clinico senza la supervisione diretta di un professionista umano.
L’AI può essere usata solo per funzioni amministrative: prendere appuntamenti, scrivere note, emettere fatture. Ma niente ascolto, niente consigli, niente interazione diretta con chi ha bisogno. Il messaggio è chiaro: curare la mente non è un lavoro per software non regolamentati.
Sono previste multe fino a 10.000 dollari a violazione, e l’applicazione sarà a carico delle autorità statali. Le associazioni professionali applaudono, mentre altri stati iniziano a valutare provvedimenti simili. Dopo episodi in cui chatbot hanno dato consigli pericolosi, qualcuno ha detto basta. E forse non è una cattiva idea.
La Russia spinge su Max, un’app di messaggistica di stato con accesso totale ai dispositivi. Sarà obbligatoria per i funzionari e preinstallata su tutti i nuovi telefoni. Un passo deciso verso la sostituzione di piattaforme straniere e un controllo digitale senza precedenti.
Un pezzo de Il Post. Non fa sconti e non urla. Spiega perché la parola genocidio divide anche tra i giuristi. Perché molti più giuristi iniziano a parlare di genocidio.
King Gizzard & The Lizard Wizard hanno tolto tutto il loro catalogo da Spotify. Non è una mossa isolata. Si uniscono a Deerhoof e Xiu Xiu in quello che sta diventando un boicottaggio vero e proprio contro la piattaforma di streaming.
Il motivo è Daniel Ek, CEO di Spotify, che attraverso la sua società Prima Materia ha investito 700 milioni di dollari in Helsing. Un’azienda tedesca che sviluppa armi potenziate dall’intelligenza artificiale. Ek non è solo un investitore, è il presidente della società. I soldi che guadagna da Spotify finiscono dritti nello sviluppo di tecnologie militari.
Gli artisti non ci stanno più. “Non vogliamo che la nostra musica uccida le persone” hanno detto i Deerhoof. È diverso dalle proteste del passato contro Joe Rogan o la disinformazione. Questa volta si tratta di etica pura: i musicisti si rifiutano di alimentare un sistema che finanzia la guerra. I fan dovranno scegliere tra comodità e valori.
Christina Marie Chapman aveva trasformato casa sua in Arizona in qualcosa che sembrava uscito da un film di spionaggio. Novanta laptop etichettati con nomi di aziende americane, identità rubate, software per fingere di essere negli Stati Uniti. Una donna di 50 anni che gestiva una farm tecnologica per hacker nordcoreani.
Il trucco era semplice quanto geniale: lavoratori IT dalla Corea del Nord ottenevano lavori remoti in oltre 300 aziende americane usando identità false. Nike ha pagato 70mila dollari a uno di questi fantasmi digitali. In tre anni hanno fregato 17 milioni di dollari alle imprese statunitensi.
I soldi finivano dritti nelle casse di Kim Jong Un per finanziare il programma nucleare. Chapman si è beccata 8 anni e mezzo di carcere federale, ma il danno è fatto. Sessantotto americani hanno scoperto di avere debiti fiscali inesistenti e alcuni si sono visti negare i sussidi di disoccupazione. Il Dipartimento di Giustizia la definisce una delle truffe più grandi mai perseguite.
Amazon ha tagliato centinaia di posti di lavoro ad AWS a luglio 2025, colpendo specialisti che aiutano i clienti a sviluppare prodotti e vendere servizi. Andy Jassy aveva già avvertito che l’IA generativa avrebbe ridotto la forza lavoro, definendola una tecnologia “unica nella vita”. L’azienda ha oltre 1.000 servizi di IA generativa in sviluppo o già attivi in ogni divisione.
I licenziamenti hanno colpito principalmente gli specialisti AWS e diversi team di vendita, marketing e servizi globali. Amazon ha giustificato i tagli come parte di una svolta strategica per snellire le operazioni e ridurre “duplicazioni e inefficienze”. Non è sola: Microsoft, Meta e CrowdStrike hanno annunciato licenziamenti simili quest’anno, mentre le aziende usano sempre più l’IA per automatizzare compiti di routine.
Nonostante i tagli, le vendite di AWS sono cresciute del 17% a 29,3 miliardi di dollari nel primo trimestre, con un reddito operativo in aumento del 23% a 11,5 miliardi. Amazon continua ad assumere nelle aree prioritarie con migliaia di offerte di lavoro AWS online. Il paradosso è evidente: licenziamenti da una parte, assunzioni dall’altra.
Gli Stati Uniti da anni cercano di limitare le esportazioni di semiconduttori avanzati verso la Cina. È una guerra tecnologica silenziosa che si combatte a colpi di restrizioni e liste nere. Biden aveva firmato il Chips Act stanziando 52 miliardi di dollari per rafforzare la produzione nazionale. La paura? Che Pechino domini un settore strategico attraverso massicci investimenti statali.
Le restrizioni si sono intensificate dopo il lancio di ChatGPT. Washington ha aggiunto 36 aziende cinesi alla lista nera, limitando il loro accesso alle tecnologie americane. Huawei ha fatto uscire uno smartphone con chip potente fatto in casa, mandando nel panico gli americani. Le regole si sono estese oltre la famosa H100 di Nvidia, colpendo anche semiconduttori meno performanti.
Ora Trump ha allentato alcuni controlli, rispondendo alle critiche di paesi alleati che si sentivano penalizzati. In cambio ha dichiarato che usare il chip Ascend di Huawei viola i controlli americani. Nvidia ha ripreso le vendite della H20 verso la Cina, una versione meno potente pensata apposta per il mercato cinese. Il gioco continua.
La Francia ha messo X nel mirino. Un’indagine penale per interferenze straniere e manipolazione algoritmica è partita dai procuratori di Parigi. Al centro ci sono i meccanismi della piattaforma che, secondo le accuse, amplificano odio politico e distorcono il dibattito democratico. Non solo la società: anche individui non nominati sono indagati. Rischiano dieci anni.
Tutto nasce da una denuncia del deputato Éric Bothorel e di un funzionario governativo. L’algoritmo sarebbe usato per spingere opinioni politiche vicine a Musk. Il cuore del problema è il pregiudizio informativo, cioè come i contenuti vengono selezionati, nascosti, spinti. Da quando Musk ha preso il controllo, la diversità di voci sarebbe calata.
Questa è la prima volta che l’Europa avvia un’indagine penale su una piattaforma social per manipolazione democratica. È un precedente. E arriva mentre Bruxelles monitora X sotto il Digital Services Act. Non si parla solo di contenuti, ma di trasparenza. Il modo in cui funziona l’algoritmo non è più un affare privato.